sabato 30 aprile 2011

YOUR VERY EYES
Xabier Iriondo / Gianni Mimmo
- Amirani Records - 2008

24 giugno. A.D.2008. Matera. Santa Lucia alle Malve. Una data, una location. Una grotta che accoglie due personaggi che fanno della sperimentazione sonora il loro credo. La loro missione. La loro ricerca. Tutto è dato al caso, tutto è volutamente programmato. La sonorizzazione della grotta è l'amplificazione naturale della stessa che viene in soccorso ed esalta le soluzioni oblique ottenute da Iriondo e Mimmo, intervenuti in maniera minimalistica senza alterare quanto la Natura e l'uomo già nei secoli scorsi avevano saputo esprimere in perfetta armonia. Psalm Of Days è il benvenuto tra le rocce e i sassi di questa soleggiata alba estiva, sacro risveglio dopo il letargo invernale e i tentennamenti primaverili, a pochi gironi dal primo solstizio dell'anno nella ricorrenza di San Giovanni. La strumentazione leggera che il duo porta con sé risulta funzionale ad esprimere un pathos altrimenti altamente difficile da raggiungere: mentre il sax soprano di Mimmo esegue voli pindarici tra note sospese esaltate dall'acustica del luogo, Iriondo interagisce al Mahai Metak producendo atmosfere che rimandano tanto al Giappone medioevale quanto a dimensioni extratemporali come accade in Side Voice. Lo stesso strumento del musicista basco-milanese sbuffa, sobbalza e "si spiaggia" in Your Very Eyes quasi fosse preso da un moto proprio, brillante afflato di vita dal respiro rarefatto. Più fragmagmentata Several Calls And A Perfect Pair Of Opinions che avanza ieratica fendendo il vuoto e i silenzi, propagandosi tra dissonanti rimandi rumoristici e aperture free jazz. Spazzole e spugne tentano di detergere il vuoto elettrico di Nostos Algos entro cui il sax trova luogo per esprimersi in un ritmo malinconico e senza tempo prima di tuffarsi nella progressione de Sub Sequence. A volte è capitato di assistere al volo di un passero o di una rondine sperduta che, entrata da una minuscola finestra di una chiesa romanica o da un'ampia vetrata di una cattedrale gotica, resta poi intrappolata entro le mura dell'edificio; questo è un pò l'effetto provocato dall'ascolto di Barn Swallow, con Iriondo a sperimentare suoni attraverso l'uso di un richiamo per le allodole mentre Mimmo si limita ad interventi contenuti e controllati. Più complicata e caotica Circumstance And Sacrifice / Eye Tray dove l'elettronica comunque minimale del Mahai Tahai si combina con i suoi stessi interventi a corda. La conclusione affidata a Completion con il Taisho koto ben in evidenza, ulteriore accessorio di questa mattina d'estate già presente in precedenti composizioni, sviluppa una suspense che termina irrisolta, quasi mozzata, lasciando l'ascoltatore solitario, avvolto dal silenzio più pieno, musica nuda conservata dalle millenarie grotte di tufo sotto gli occhi protettivi della Madonna delle Grazie. Nessun misticismo. Tanta religiosa laicità e sacrale rispetto.

venerdì 29 aprile 2011

29-04-2011
- NOGURU live @ Palazzo Granaio -
Settimo Milanese (MI)

Serata all'insegna di un rock metropolitano, scarno, essenziale, fatto di strade d'asfalto e polvere. Giovani e meno giovani guerrieri della notte si danno appuntamento nello storico edificio del 1600 che si affaccia sul parco di Palazzo D'Adda, antica residenza per le vacanze autunnali dei conti d'Adda, ricevendo in cambio una scarica di watt e adrenalina come solo i veterani della scena sono in grado di sprigionare dopo anni di ferite e rughe sul viso, cocenti delusioni e meritati successi. "Gli occhi sono lo specchio dell'anima": queste le prime parole di Andrea Scaglia mentre, occhiali scuri e cappello calato in testa, si avvicina al microfono e il resto della band scalda i propri strumenti. Ed è il magico sax di Bruno Romani a condurci nel vortice post punk di Fuoco Ai Pescecani, primo episodio che permette a Xabier Iriondo di rumoreggiare da par suo con la Telecaster per poi procedere altrettanto spedito su Amore Mutuo mentre "stai lontano dagli sbirri blu" canta questa sera un fiero e determinato Scaglia.

Le chiacchiere stanno a zero: il potente drumming di Alex Marcheschi cadenza la trasversale furia hardcore di Ieri È Un Altro Giorno con Romani e Iriondo a procedere in simbiosi, anomalo braccio armato della formazione meneghina, visivamente agli antipodi, il primo mai scomposto e anzi, misurato nelle movenze, assorto e attratto dai suoni che lo circondano, il secondo sempre estremamente mobile e schizofrenico.
Si calmano un pò le acque con Neve, un tuffo tribale che sfocia nel prog cinematografico del flauto traverso di Romani, autentico mattatore in Perle Ai Porci, raccordo strumentale da novello pifferaio di Hamelin intento a sedurci con la propria Musica. Scatenato il pubblico pure sulla successiva Non Mi Passa che poggia sul basso corposo del buon Briegel, relegato sì sul lato destro del palco, ma decisivo nell'irrobustire la ritmica della preziosa gemma regalata alla vecchia guardia: Questi Anni è l'inaspettato omaggio, venato di free jazz, ai Kina, storica band proveniente da Aosta, paladina dell'hardcore più puro a fianco di Raw Power e Negazione fin dagli inizi degli anni '80 e assolutamente da riscoprire per comprendere al meglio il percorso dei Nostri.

La nota Mare Divano scatena gli animi più esagitati con il solito Iriondo ad alternarsi tra momenti di trascendente rock e ieratiche pose a seguire l'andamento musicale.
Scaglia, serio, rallenta nuovamente, ondeggiando ritmicamente al microfono su Il Deserto Degli Dei, altro episodio tratto dal cd di debutto della band che mostra il lato più lunare e i suoi trascorsi tribali, mentre ci rivela di come la bomba nel cuore non sia ancora stata disinnescata nonostante i ripetuti tentativi. Il macigno è duro da digerire e con Complicato gli echi e i riverberi di voce e sax, in cabina di regia c'è Marco Posocco, aprono visioni post rock con un grintoso Briegel a spingere continuamente la macchina del ritmo. Come da cd la chiusura della prima parte arriva con Bassa Fedeltà, il momento più raccolto e sofferto della serata, con Romani intento a cullare amorevolmente fra le braccia il suo strumento in attesa di risvegliarlo e lasciargli libero freno nel finale concitato, gestito con minuziosa precisione da Scaglia.

Si torna sul palco per gli ultimi fuochi. Le richieste lancinanti della straziante Tempo vengono in parte mitigate dal melodioso flauto traverso e dal salmodiante Shahi Baaja che conferisce alla canzone la dimensionalità di una bolla d'aria atemporale, pronta a proteggere noi come pure i nostri incubi più cupi. Mexican Radio è il secondo tributo alle proprie passioni: si tratta dei Wall Of Voodoo di Stan Ridgway, seminale band d'Oltreoceano che i più navigati non tardano a riconoscere ed approvare. Infine l'apoteosi. Forti di un recentissimo e brillante videoclip che, come si suol dire, "ci mette la faccia, i nomi e pure i cognomi", l'ultimo sussulto di ribellione al sistema malato e di facciata che colpisce città come Milano è affidato all'inno Cammino Con Le Mani: pubblico schierato che segue fedele l'invito del sardonico Scaglia (..tieni le mani, mani su!) e band compatta, con la solita accoppiata Romano-Iriondo a rivelarsi di nuovo valore aggiunto per l'affiatato duo Filipazzi-Marcheschi. Quattro minuti di pura adrenalina in cui i NoGuru non fanno prigionieri. Poi "ciao, grazie. Stasera è tutto. Ciao". Domani è un altro giorno. Noi siamo pronti a tutto. 

Andrea Barbaglia '11

un link al seguente post è presente qui: http://www.facebook.com/pages/NO-GURU/59531321012

giovedì 28 aprile 2011

CANZONI DA SPIAGGIA DETURPATA

CANZONI DA SPIAGGIA DETURPATA
Le Luci della Centrale Elettrica
- La Tempesta - 2008

Non c'è una sola data che sia una all'interno del booklet, in copertina o sul retro della stessa, quasi a voler significare di come dopo il tanto atteso 2000 nulla abbia davvero avuto un ruolo significativo nel quotidiano, nel vissuto, nello scorrere del tempo come invece acadeva nel secolo scorso. O forse, più semplicemente, di date non ce n'è perché dopo ripetuti ascolti si ha la netta consapevolezza di come ci si trovi di fronte ad un evergreen, ad un Manifesto senza tempo seppur estremamente radicato in questo primo decennio che, al momento della sua uscita, sta per volgere al termine. Il demo che precedeva l'esordio di Vasco Brondi conteneva in nuce tutti gli elementi che Giorgio Canali, qui in cabina di regia e alle chitarre elettriche, ora mette in bella copia. Dove ciò non significa accomodanti patinature per compiacenti vetrine radio-televisive. Semplicemente uno sguardo contemporaneo disincantato e a cuore aperto. Lo sappiamo. Si parte con la drammatica Lacrimogeni per quietarsi un istante dopo con la sognante polveriera de Per Combattere L'Acne. La processione periferica che tra lamiere abbandonate e potenzialmente salvifiche conduce alle Sere Feriali ci obbliga a porre attenzione ai gatti con l'AIDS e a tutti quei passanti che gettano i cervelli da un cavalcavia mentre la Generazione Zero rincorre tir & trip, friabile com'è. Desolato e desolante lo scenario descritto in Stagnola con il Maestro Canali a disegnare nello spazio linee e divagazioni sonore a mò di protezione da attacchi esterni di fronte all'intimità sciupata e intima che Brondi descrive. Avanti di questo passo, tra una miseria e l'altra, arriviamo alla rabbia urlata di Piromani, summa e lancinante punto di partenza del lavoro, sorretta e accompagnata dalle chitarre acustiche di Vasco e da quelle sempre più determinati del suo mentore, esperto e saggio sovversivo punk. La Lotta Armata Al Bar è l'ennesima impietosa protesta contro una classe sociale intontita, anestetizzata, disinniscata sì dall'alto, ma pure dalla propria accidia. Altra tappa obbligatoria in questo percorso è quella vissuta dall'alto della collinetta a rimirare La Gigantesca Scritta COOP, titanico totem di una precedente età dell'oro ormai andata irrimediabilmente perduta con tutta l'innocenza che era in grado di sprigionare. Apocalittici suoni elettrici introducono la cruda Fare I Camerieri prima di spegnersi in una paurosa distorsione rimescolata nel finale, preludio all'inferno di Produzioni Seriali Di Cieli Stellati. La chiusura tuttavia spetta a Nei Garage A Milano Nord, l'episodio testualmente forse meno ricco, ma che ha il pregio di omaggiare su di un tappeto sonoro tagliente il Rino Gaetano meno consolatorio de Il Cielo È Più Blu. Poco più di mezz'ora per disintegrare dalla periferia tutti i dogmi, i falsi moralismi, i perbenismi dell'Impero. Un Vasco di cui oggi si sentiva davvero la mancanza.  

mercoledì 27 aprile 2011

TUTTI AMANO TUTTI

TUTTI AMANO TUTTI
Atleticodefina
- Lucente - 2007

Marzo 2007. Seconda prova per Pasquale De Fina dopo l'omonimo brillante debutto di un paio di anni prima. Formazione confermata per 2/3 con Pasquale, chitarra e voce, al posto di comando, affiancato dal sempre solido Giorgio Prette dietro alla batteria e co-produttore del tutto insieme allo stesso De Fina e alla sicurezza Antonio Cupertino. Il nuovo innesto deve dunque essere un bassista che non faccia rimpiangere l'ottimo Andrea Viti del precedente capitolo discografico e per farlo il duo mischia le carte, compie un azzardo e realizza un sogno: Saturnino Celani, storica spalla di Jovanotti, è il sorprendente terzo elemento che completa il power trio innestando una personalissima carica obliqua sulle trame rock proprie della band. Eppure la band si apre anche questa volta a notevoli collaborazioni tra cui spiccano quelle con gli strumenti a fiato di Roberto Romani e Valentino Finoli, quella con la voce di Syria in Sono Io, intenso rapporto amoroso a distanza, e i camei di Massimo Martellotta e Cesare Basile rispettivamente alla steel guitar e al dobro nella divertente disillusione carnale di Salva Il Salvabile, primo singolo estratto. L'apertura del cd è comunque affidata al rock carico di 11 Rose, un ibrido personalissimo tra gli Afterhours, il tocco di Prette è estremamente riconoscibile, e i Sux! di Giorgio Ciccarelli, che procede senza intoppi nella revisionistica citazione del settembre sempre nero degli Area espressa in Settembre Antipop, altro vertice dell'album. Dopo un'intro affidata ai già citati Romani e Finoli, Pepe Ragonese la fa da padrone con la sua tromba in Musica E Macerie mentre Pasquale invoca a suo modo, su un terreno free jazz, un Rinascimento di fronte ad una decadenza quasi inarrestabile che affligge il Paese. Il pianoforte di Pancho Ragonese bagna e cristallizza le atmosfere lunari della splendida Venere mentre i fiati la ornano di una veste jazzata e la voce soffusa di De Fina la bacia appassionatamente mettendo a fuoco un brano altrimenti di difficile amalgama con il resto della tracklist. Torna il rock invasivo e prorompente con Come Si Dorme Bene, un Gino Pacifico più stridente e visionario che cozza contro trame sonore alternative e disturbate. Ancora atmosfere dilatate, care alla band di Manuel Agnelli nei suoi momenti più rarefatti, seppure sempre "tagliate" da improvvisazioni di sax che donano quel quid in più tanto necessario per poter splendere di luce propria, con Sentimento E Devozione, conclusiva maratona sonora allacciata, quasi senza soluzione di continuità, ad una ghost track poggiante su un Saturnino fin qua mai sopra le righe, ma anzi al servizio di un lavoro che, beneficiando della interazione e dello scontro fra le forti personalità che popolano questo album, si risolve in un affascinante meltin'pop musicale risolto in un rock trasversale e coeso: una prova d'amore, di amicizia, di rispetto.

giovedì 21 aprile 2011

20-04-2011
- PINEDA + ALESSANDRO GRAZIAN live @ Magnolia -
Segrate (MI)

Per una volta non saranno gli headliner della serata, nella fattispecie gli Amor Fou in una delle ultime date di supporto al loro fortunato I MORALISTI, a presenziare nel live report qui di seguito. Capita raramente che le band di supporto garantiscano qualità e compattezza a chi è in attesa dell'artista principale, ma quando questo avviene c'è solo l'imbarazzo della scelta e la sensazione che anche in Italia molto si muova e sia in costante evoluzione anche in questo scorcio di inizio Millennio.

Sono da poco passate le 22:00 quando, chitarra acustica alla mano, sale sul piccolo palco Frog del Magnolia l'eccellente Alessandro Grazian, classe '77, cantautore, pittore, compositore, da Padova, due album e due ep all'attivo più una indiscriminata serie di collaborazioni in veste di musicista. Il pubblico, data l'ora, come solitamente accade in queste giornate infrasettimanali, è sparuto, ma attento e compostamente lì per lui. Per l'occasione, dato anche il minutaggio risicato, la scaletta pesca a piene mani dai suoi ultimi lavori, INDOSSAI e L'ABITO, pur regalando anche bel un paio di inediti, indice di come la carriera del giovane musicista non sia giunta al termine a differenza di quanto recentemente paventato su alcuni social network, ma solamente in una fase di apparente stand by, in attesa di far sbocciare nuovi frutti. Accompagnato dalla batteria di Mattia Boscolo e dal violoncello di Giambattista Tornielli, prezioso collaboratore anche in sala di incisione, Grazian esordisce, bello carico, con una accattivante Solo Lei i cui bagliori cantautorali Sixties sono velati da una carica rock che contraddistingue pure l'inedito di turno pochi istanti dopo.
 
Ancora privo di titolo, il pezzo si muove su quelle coordinate bucolico-elegiache tanto care a Grazian, ma contaminate appunto da un tiro più aggressivo sottolineato dalla lancinante domanda che il cantautore pare rivolgere non solo a se stesso, ma pure a tutta una generazione intera di colleghi privi di mecenati: "che sarà di me?". Evitando come sempre di cadere in un manierismo fine a se stesso ecco L'Ago in cui è Tornielli a ricamare le trame più profonde e a donare un gusto classico assecondato dalle percussioni di Boscolo. L'attacco di Indossai è inconfondibile e il binomio Grazian-Tornielli regge in solitaria una fra le migliori composizioni dell'autore veneto, qui accompagnatosi alla Jazzmaster. Tornato all'acustica e avvolto da una pastorale luce verde, Alessandro con Diteci Che Siamo Sani ci conduce in un sogno consolatorio sorretto da quelle illusioni che spesso l'uomo utilizza per procedere nel proprio percorso umano e che abbandona quando rabbia e razionalità bussano alla porta. Altra canzone nuova: Soltanto Io ragiona sul destino passato e quello futuro dell'essere umano, sempre con gusto classico inframezzato tuttavia da soluzioni a loro modo noir che ne arricchiscono il mood.

La presentazione dei due strumentisti che hanno accompagnato l'esibizione di Grazian è il preambolo al gran finale affidato ad Incensatevi, magniloquente e vorticosa invettiva con il trio sul palco intento ad esprimere liberamente le proprie doti musicali grazie ad un affiatamento cresciuto senza soluzione di continuità, pezzo dopo pezzo.

Non si fa quasi in tempo a raccogliere le idee e ragionare sulla performance appena conclusa che è già tempo di raggiungere lo stage su cui si esibiranno i Pineda. Il nuovo e fresco progetto di musica strumentale vede tra le proprie fila un altro trio questa volta composto da Marco Marzo Maracas alla chitarra elettrica, Floriano Bocchino al piano Rhodes e il "fu Moltheni" Umberto Giardini alla batteria, già nel recente passato accompagnato nei suoi live dagli altri due compagni d'avventura.
 
Certo, la curiosità è tanta per la prova live di questo interessante combo rock di cui ancora poco si parla sui canali ufficiali e di cui anche meno si sa altrove; il ritorno on stage di Umberto è poi motivo ulteriore di richiamo per i tanti appassionati perciò è proprio un nutrito gruppo di curiosi quello che prende posizione nel parterre venendo lentamente investito ed affascinato dall'ipnotico incedere prog fusion del magma sonoro in cui i tre si concentrano per una abbondante mezz'ora.
Lì per lì non ci vengono forniti appigli legati ai titoli né tantomeno alla scaletta. Il fluire della musica è tuttavia estremamente omogeneo per quanto variegato negli umori, negli accenti più contenuti e nei momenti più free. Mente del progetto pare essere il buon Maracas, statuario al centro del palco,  che trova in Giardini il degno supporto ritmico mentre a Bocchino sono appannaggio tutti gli esperimenti di contrappunto e ricamo sonoro.

Contiamo cinque-sei stacchi che andiamo ad ipotizzare possano corrispondere ad altrettanti brani anche se, per la verità, i cambi di tempo che spesso la chitarra impone paiono ulteriormente frammentarli e, al contempo, compatterli in una unica suite dalle molte sfaccettature. Quando compaiono le prime news relative al futuro album d'esordio la scaletta della serata è così ricomposta. L'apertura viene affidata a Give Me Some Well-Dressed Reason, ritmato e robusto esempio di onirico prog rock con una batteria compatta, sicura e decisa, tesa a garantire una corposa e primitiva base su cui la chitarra ha l'opportunità di innestarsi e sbizzarrirsi tra riff e slide. Il suono nervoso della Les Paul, che sostituisce la precedente SG, la fa da padrone nella successiva Human Behaviour, crescente space rock ancorato alla possanza di grancassa e piatti, strumenti imprescindibili al pari delle sognanti atmosfere provenienti dal piano della funkeggiante Touch Me, continuo stomp & go su cui ci scappa il piedino a tenere il tempo.

I successivi minuti sono i più psichedelici e lisergici della serata: composizione che non troverà spazio sull'omonimo lp di debutto, il post rock lento e composito, dalle sinuose movenze ora proposto, si segnala per il bell'assolo di Marzo che conferisce ulteriore imprevedibilità. La chiusura arriva con una dilatata versione di Twelve Universes non prima che vengano pronunciate le prime parole della serata da parte del chitarrista, estemporaneo frontman nelle vesti di presentatore della band e del suo fonico di fiducia Antonio Cooper Cupertino. Esperienza notevole dunque, anche quella appena conclusasi tra l'attenzione di un pubblico cresciuto col passare dei minuti nonostante la non facile immediatezza della proposta ascoltata, ma assai ricettivo ed entusiasta.

Il cambio palco, ultimo della serata, offrirà ancora tanta carne al fuoco con una prova maiuscola di Alessandro Raina e soci decisi a non sfigurare di fronte alle due esperienze musicale vissute quest'oggi e che è riduttivo definire di semplice supporto. Due universi sonori lontani, ma paralleli fra loro, uniti da un sottile filo rosso che si propaga alle orecchie di chi la Musica la vive sul campo, alla ricerca di altro; possibili mondi ricchi di classe e arte. Decidete voi chi sarà il re.

martedì 19 aprile 2011

UNLEASHED
Exilia
- Gun / Supersonic Records - 2004

Terzo album per la band meneghina capitanata dalla carismatica Masha Bonetti e dal braccio destro Elio "Alien" Fabro. Dopo il gustoso aperitivo offerto con l'ep UNDERDOG in cui, su sonorità crossover contaminate da spruzzate di alternative e nu-metal, una maggiore aggressività vocale rispetto al passato la faceva da padrone, ecco ricomparire in ordine sparso le già note Starseed, sempre toccante e con un crescendo davvero adrenalinico sottolineato dalla grande prova di Andrea Ge alla batteria, I Guess You Know, qui aggiornata in duetto con l'amico Micha degli In Extremo, e l'imprescindibile Underdog, contagiosa bomba al fulmicotone supportata da una rabbiosa trama chitarristica sorprendentemente catchy. Il singolo scelto per promuovere l'album in Italia così come in Europa, perché anche all'estero i quattro milanesi di richieste ne hanno tante e pure importanti, è un altro brano estremamente tirato, ma pur sempre aperto ad un'eventuale avventura radiofonica, quasi a voler sottolineare la facilità di scrittura e resa musicale di Masha e compagni: Stop Playing God non sposta di molto le coordinate fin qui viste ed ascoltate, ma garantisce se non altro un'ulteriore solida hit da pogo così come avviene per l'opener Coincidence. Il basso di Random è protagonista nella poderosa Day In Hell, rabbiosa denuncia di malessere esistenziale, e in Shout Louder, "duetto" dalle accellerate improvvise con la mascotte Shaky. Atmosfere più quiete, ma mai rilassate, in Mr.Man e in Without You che con le sue contaminazioni elettroniche rivela una sfumatura inedita degli Exilia pur restando coerente con il resto della tracklist. La produzione affidata a Jörg Umbreit e Vincent Sorg, alias i Resetti Brothers, non si limita ad offrire solamente un prodotto omogeneo adatto a tutti coloro che masticano musica robusta, ma regala altri spunti come l'arabeggiante The World Is Falling Down, una delle perle dell'album, oppure le atmosfere meccaniche e claustrofobiche di Rise When You Fall. La strana Heaven's Gate ha un testo decisamente importante così le rullate di Ge decidono di non coprirlo mettendosi ancora una volta al servizio della resa sonora d'insieme; il finale tuttavia è affidato ad un altro episodio conosciuto, essendo stato mandato a memoria l'anno prima con il già menzionato UNDERDOG, e di forte impatto: When I'm Wrong è così la degna chiusura per un lavoro che piace considerare alla stregua di un nuovo esordio, quello definitivo però, in grado finalmente di far capire anche all'ascoltatore più distratto di che pasta sono fatti i nostri connazionali. Di passi in avanti ne sono stati fatti, andiamone fieri. Ready or not? Ready or nooot!? Ready or nooooot!?!? ...Jump!

lunedì 18 aprile 2011

17-04-2011
RAGE live @ Rock'n'Roll Arena
Romagnano Sesia (NO)

Pare che per i Rage ci siano stati diversi problemi di carattere logistico con la struttura che questa sera ospita il loro live; così almeno ci informano alcune persone all'arrivo presso la Rock'n'Roll Arena avvertendoci di come lo stesso Peavy Wagner non sia particolarmente di buon umore dopo il nervosismo tardo-pomeridiano. Si verrà successivamente a sapere che le noie riscontrate dai teutonici vertevano più su alberghi e catering vari, argomenti che poco interessano a quanti hanno messo nel mirino questa serata nel Novarese. Cosa possiamo fare noi alter? Entriamo! E giungiamo giusto in tempo perché di lì a cinque minuti, persi gli opener Bejelit e il support act Golem, il trio tedesco sale sul palco e sprigiona tutta la sua rabbia nella scarica dinamitarda di Edge Of Darkness, primo estratto dall'ultimo STRINGS TO A WEB che questa sera verrà più volte omaggiato, con un Victor Smolski in ottima forma e subito in tapping per la delizia di fans e appassionati accorsi questa sera nella provincia novarese. Prime parole di un tutto sommato rilassato Peavy col pubblico giusto per sincerarsi che i volumi siano ok anche nel parterre visto l'anomalo abbassamento dello stesso a causa della location della serata: "So my friends, are you ready? Are you fuckin' ready?" Incitati a dovere, ma di per sè già belli carichi, la risposta affermativa non tarda ad arrivare così come è immediata la scelta da parte della band di proporre l'ormai classica Soundchaser la cui effige aracnideizzata troneggia sul fondale alle spalle della batteria. Pugni alzati, teste in headbanging e via per la prima sfuriata meccanica della serata inframezzata dagli arpeggi e dai solo del già citato Smolski, sottovalutato guitar hero, autore di una prova maiuscola, avvezzo a sostenere ormai da anni il doppio ruolo di chitarrista ritmico e solista.

Eppure i cori sono ancora tutti per il corpulento vocalist-bassista a cui comunque nessuno crede quando afferma di trovarsi di fronte al miglior pubblico che abbia mai avuto ("...really... and it's not a lie..."); fortunatamente il momento di empasse viene all'istante dimenticato e dato in pasto ad Hunter And Prey, tra i momenti migliori dell'ultima fatica in studio, su cui è il nuovo batterista Andre Hilgers a pestare duro senza fin qui far rimpiangere il veterano Mike Terrana. Nuovamente Wagner prende la parola per spiegare i problemi incontrati nel pomeriggio e ammettere i dubbi da parte della band nel dover affrontare uno show definito fino a qualche ora prima "curious and weird"; perplessità sfumate invece grazie alla partecipazione delle prime file, magari non numerose, ma pur sempre sul pezzo come nella seguente Into The Light, power metal di classe, anthematico ed efficace. Prendendo la parola, pure Smolski conferma di come anche per lui si tratti di un "tough show..." e che "...it's not fun but, ok, I'll give my best!"; così facendo anche i cori di incitamento per il chitarrista bielorusso sono a questo punto garantiti. Problemi con la batteria, si domanda un sarcastico Peavy? Non facciamone un dramma: nel caso "potremmo suonare unplugged!?".

Impossibile credergli quando le prime note della tonante Drop Dead! avanzano bellicose, supportate dai sempre più calorosi kids sotto il palco, ed eseguite con il basso Yamaha a cinque corde ben in evidenza. Ricordando come i Rage siano stati la prima heavy metal band a registrare e a suonare dal vivo con un'orchestra intorno alla metà degli anni '90, precedendo così Metallica, Kiss, Scorpions e via dicendo, Peavy anticipa come nei mesi a venire la band abbia intenzione di pubblicare ben due album, uno più classicamente metal e l'altro nuovamente legato agli stilemi affrontati in passato con la Lingua Mortis Orchestra. In omaggio alle proprie "radici classiche" ecco la suite Empty Hollow che purtroppo deve obbligatoriamente fare ricorso all'uso di basi orchestrali preregistrate e venire accorciata per esigenze di scaletta di oltre la metà. Epica come le migliori performance passate, spiace non sentirla eseguita nella sua interezza, ma sono pur sempre minuti intensi quelli che ci separano dall'attesa e celeberrima Higher Than The Sky, uno dei momenti topici degli show dei Rage da quasi vent'anni a questa parte e a cui anche il pubblico di questa sera inneggia, raising its fists and yelling. Superlativo una volta ancora Smolski e divertente il siparietto funk metal sui cori conclusivi.

Tempo di celebrare uno striscione mandato sul palco dalle prime file e già l'incendiaria Set This World On Fire affonda l'ennesima stilettata tra cori da stadio, assoli smolskiani e prestazione convinta di un imprescindibile Peavy prima di lasciare spazio al fulmicotone di War Of Worlds, presentato, trattenendo una risata, come ultimo brano della serata e ulteriore opportunità sfruttata da Victor per deliziarci con la sua chitarra mentre Hilgers continua con le sue accellerate dietro i tamburi. Hope to see you all again? Direi di sì visto che è passata solo un'ora e tutti aspettano i bis. Smolski è il primo a tornare sul palco improvvisando in solitaria una seminale lezione di shredding, arpeggi e tapping manco fossimo ad una clinic, per poi essere raggiunto dai suoi due compagni di palco per attaccare con un altro classico gigantesco: Black In Mind risulta così il brano più datato della setlist proposta questa sera con i fan della prima ora ben consapevoli di come sarebbe stato difficile per lo storico vocalist raggiungere le note più alte di altrettanti classici pre-1995. Continua l'interazione con la gente: "I have got a question: are you going Down with me?" Presi per mano eccoci risucchiati dallo speed cupo e corposo del primo singolo di UNITY, rivitalizzante album del 2002 e preludio  per gli ultimi gloriosi fuochi d'artificio. E che fuochi!?! "What's up my friends? You want more? Do you fuckin' want more???"

Incitati fino all'ultimo da un sempre più affabile Peavy, decisamente meno rigido e ben più disinvolto rispetto ai primi brani, i circa duecento paganti si ritrovano prima a supportare l'intro di batteria di Run To the Hills, poi a cantare il ritornello di We're Not Gonna Take It, quindi ad accogliere con un boato l'attacco di batteria di Painkiller e il susseguente riff di  chitarra di Hell Bent For Leather per concludere con una riuscita versione di Highway To Hell che non necessita presentazione alcuna, quasi ci trovassimo ad una jam session riservata per pochi amici. È davvero tempo dei saluti e di una manciata di commenti con fans e addetti ai lavori in attesa del trio, che ci viene detto essere
"barricato nel camerino", per i consueti autografi e foto di rito. E benché di lì a poco l'invito ad uscire dal locale sia rivolto con fermezza ai pochi rimasti, il manipolo di aficionados resiste e attende finalmente l'uscita dei tre, con Peavy letteralmente assediato per firmare alcune discografie complete dei Rage, mentre Victor e Andre muovono di corsa sul pullmino che li riporterà in albergo nella vicina Borgomanero. Parlare di una buona e sempre convincente prestazione del combo tedesco, con un audio comunque accettabile, è il minimo che si possa fare. Solo ci chiediamo a che livello avrebbero potuto portare lo spettacolo qualora avessero avuto a disposizione strumentazione e impianto adeguati ai loro usuali live outdoor. Per avere una risposta basterà attendere il prossimo tour: l'Italia li aspetta sempre a braccia aperte.

Andrea Barbaglia '11

domenica 17 aprile 2011

DEMOLITION
Judas Priest
- SPV - 2001


Il cyborg JUGULATOR aveva già mietuto diverse vittime: il minaccioso DEMOLITION tenta di far altrettanto se non di più. Ancora Tim "Ripper" Owens alla voce per un album che denota maggior dinamismo rispetto al suo predecessore. La macchina dei Judas Priest parte subito a razzo con l'opener Machine Man, proiettile umano scagliato con ferocia da una band di veterani in piena forma che concede immediatamente il bis con One On One, canzone introdotta sì da suoni sintetici, ma che si sviluppa per quasi sette minuti in un mid tempo dal groove grasso e da un buon ritornello mentre nel finale l'accoppiata K.K. Downing e Glen Tipton si alterna nel preciso e folgorante solo di chitarre. Fin qui dunque pelle e borchie come sempre, nella migliore tradizione possibile. Le sorprese arrivano a partire da Hell Is Home. E non in senso negativo. L'atmosfera lugubre e dark che l'intro recitata da Ripper ci offre poggia su un arpeggio delicato per quella che risulterà essere un esaltante performance del cantante il quale, novello Halford, tocca vette vocali valide a zittire gli ancora zelanti detrattori di sempre, mettendo a fuoco un brano al passo coi tempi e a suo modo innovativo. Su questa falsariga, con Don Airey sempre ospite alle tastiere, anche Close To You, sofferta e dilatata confessione di una perdita; enfatica, ma mai stucchevole. Jekyll And Hyde ha il pregio di esternare attraverso l'interpretazione di Owens tutta la sofferta duplicità del personaggio di Stevenson, consumato e roso dall'interno a causa della sua maledetta condizione umana. Devil Digger, Bloodsuckers e il loro ottimo lavoro di chitarre provengono direttamente da JUGULATOR; la successiva In Between si segnala per i continui cambi di atmosfere mentre Feed On Me sintetizza la compattezza sonora dell'album tutto che assesta una zampata vincente nella robotica e disturbata Subterfuge dall'anthematico ritornello. La scelta di inserire a questo punto della tracklist un lento a tutti gli effetti qual è la melodica e pregevole Lost And Found, concedendo un attimo di respiro, può stupire visto che qualche anno fa i cinque avrebbero probabilmente spinto ulteriormente sull'accelleratore, eppure il brano funziona e si distingue grazie anche alle sue chitarre acustiche. Altre novità arrivano dalle sempre più invasive aperture synth della mastodontica Cyberface, poderoso brano scritto in collaborazione con quella piovra che è l'ottimo Scott Travis prima di giungere all'apocalittico finale di Metal Messiah, ennesimo minaccioso personaggio tratteggiato dalla visionaria penna di Tipton, qui autore di tutti in brani, in questa occasione in collaborazione con l'ex produttore Chris Tsangarides, tra sfuriate metal e impasti vocali di Owens che rasentano atmosfere rap e industrial senza sbavature. Non contenti, sulla stampa tedesca del cd ecco, oltre ad un plettro e un adesivo, due bonus track: la storica Rapid Fire è metallo incandescente, in puro Judas-style mentre la cover dei Fleetwood Mac The Green Manalishi (With The Two Pronged Crown) aggiunge un tocco di statuaria fierezza alle già ottime performance precedenti grazie anche al sempre preciso basso di Ian Hill, monumento vivente della band. Chi vuole la reunion con Halford faccia un fioretto: il prete di Giuda vi aspetta nel confessionale.

sabato 16 aprile 2011

15-04-2011
- MAX GAZZÈ live @ Phenomenon -
Fontaneto d'Agogna (NO)

Una lunga intro elettronica è il preambolo all'apertura del live che il serafico Max Gazzè, variopinto camicione a quadrettoni su maglietta nera, offre al numeroso pubblico accorso questa sera al Phenomenon di Fontaneto d'Agogna, terzo appuntamento in terra piemontese per il tour del fortunato QUINDI? dopo il debutto dello scorso novembre a Torino e la prima visita targata 2011 a Casale Monferrato tre mesi fa. Il nuovo singolo Cuore Scalzo è accolto più con curiosità che con partecipazione anche dalle prime file, forse ancora intente ad osservare la disposizione della band che accompagna il bassista romano in questa trance di serate dal vivo: Clemente Ferrari, tra synth e tastiere, coordina le chitarre di Giorgio Baldi, supportato da quel Cristiano Micalizzi che negli ultimi album in studio ha preso il posto del veterano Piero Monterisi alla batteria.

Pure Gazzè gigioneggia tra amenicoli elettronici vari, ma non aspettiamoci un novello Trent Reznor, manipolatore ed elaboratore di suoni; semplicemente il taglio elettronico è lo stesso che è rintracciabile su disco dagli inizi della sua carriera, quindi sempre misurato e funzionale ai brani proposti. Non ci sono perciò stravolgimenti inopportuni per la celeberrima Vento D'Estate, ma solamente il parterre partecipe della poesia messa in musica dall'astuto Max che ricordando l'allunaggio (finto?) di quarant'anni fa propone un brano forse non tra i più noti, perlomeno al grande pubblico, ma sicuramente di forte presa come Questo Forte Silenzio. Un continuo tintinnio di piatti e un tappeto di suoni distesi e distensivi provenienti dalla tastiera di Ferrari introducono l'ottima La Nostra Vita Nuova, una delle composizioni del cantautore romano che più ne definiscono la creatività in simbiosi con il fratello Francesco per quanto concerne i testi e con i Peng per quanto riguarda quella musicale.

I Mostri che dimoravano qualche anno fa tra l'aratro e la radio ritornano, sempre inquietanti, anche questa sera proprio poco prima che venga eseguito un must come Il Timido Ubriaco accolto da un'ovazione e cantata dal pubblico insieme al baffuto bassista. Il prossimo è "un brano dell'ultimo album e descrive tutte quelle cose che apparentemente non esistono, ma esistono eccome, e per me sono tanto reali quanto tutto ciò che vedo e tocco. L'impercettibilità del metafisico": Impercettibili è un buon mid tempo nonché il secondo pezzo tratto da QUINDI? a far la sua comparsa oggi e primo assaggio di una coda psichedelica che comparirà anche più avanti nella serata. Ma andiamo per ordine. Un tuffo nel 2000 ci permette di estrarre dal cilindro la dolce Se Piove che tuttavia in chiusura offre ai musicisti la possibilità di improvvisare quasi una breve jam session funk con Gazzè che slappa sul basso per un "finale un pò alla cazzo".

Il pubblico gradisce e rinnova l'entusiasmo quando partono le prime note di Colloquium Vitae; nonostante l'inevitabile mancanza di Mao, il duetto della versione originale è fatto salvo grazie ai cori dei fans che procedono ininterrotti pure sulle successive, e attese, Il Solito Sesso, terza esposizione mediatica di Max al Festival di Sanremo anticipata qui da una lunga intro elettronico-strumentale operata da Clemente, e L'Uomo Più Furbo, con il wah wah di Baldi a dare il la ad un nuovo siparietto con il bassista giusto qualche istante prima di passare all'ottima L'Amore Pensato, segno evidente di come LA FAVOLA DI ADAMO ED EVA sia ancora, a distanza di quasi quindici anni, un grande album, invecchiato ancora meglio, sempre estremamente attuale e felicemente contagioso. Vero Cara Valentina? La protagonista femminile di questo quadretto di familiare quotidianità fa la sua comparsa ora concedendo successivamente l'ennesima divertita sortita strumentale della band che riarrangia in chiave alternative rock una fantastica Una Musica Può Fare, chiusura ufficiale della prima parte dello spettacolo.

Non viene tralasciato neppure l'esordio discografico di CONTRO UN'ONDA DEL MARE: per il ritorno sul palco ci si affida alla collaudata Il Bagliore Dato A Questo Sole, altra gemma rock che impreziosisce una performance decisamente buona, ma non adeguatamente ricambiata dal pubblico, tirando le somme, composto più da curiosi che da appassionati. Poco male, Annina se la ricordano in molti quindi si procede spediti. Ancora un controllo ai synth ed è tempo di Mentre Dormi brano scritto per il film di Rocco Papaleo Basilicata Coast To Coast in cui Gazzè esordisce in qualità di attore accanto ad Alessandro Gassman, Paolo Briguglia e allo stesso regista, già premiato con due Nastri d'Argento nel 2010 e in concorso per i David di Donatello 2011. Ormai è giunta l'ora: La Favola Di Adamo Ed Eva è il regalo che tutti si aspettano e Max, per renderlo unico anche a Fontaneto d'Agogna, lo infarcisce di citazioni e medley, da Bob Marley ai Police passando per Bill Withers, dilatando l'esecuzione, ormai più che libera, per oltre un quarto d'ora abbondante. Soddisfatti? E perché mai non dovreste esserlo?!

Andrea Barbaglia '11

venerdì 15 aprile 2011

MANZONI
ManzOni
- Garrincha Dischi - 2011

Il primo pensiero non può che correre ad Alessandro. Ma nel vasto albero genealogico della famiglia lombarda compaiono altri uomini di cultura e spessore artistico. Piero è uno di questi. Morto giovanissimo a nemmeno trent'anni per un infarto, l'autore delle celeberrime Merde D'Artista e dei suoi concettuali Achrome diventa nume tutelare a distanza di quasi mezzo secolo per la band di Chioggia capitanata da Gigi Tenca. E proprio l'enorme "O" che cappeggia rossa sulla copertina dell'omonimo esordio non è altro che una "O" di stupore da parte del quasi esordiente vocalist di fronte ad un'opera dello stesso fondatore della rivista Azimuth. Come suonano dunque i ManzOni? Poetici. Nient'altro che poetici. E di questi tempi ci vorrebbe non un applauso, ma una standing ovation vera e propria di fronte a componimenti artistici musicati come l'opener Cosa Ci Sarà, rock scarno e circospetto cantato da un Tricarico meno allampanato e più sofferente, cadenzato dal drumming di Mattia Boscolo, unico ospite reale del cd e proveniente dalla bottega di Alessandro Grazian, o l'ottima Palloncini Rossi, quel fiato d'artista veicolo ultimo per raccontare la quotidianità di questi cazzo di anni zero senza il rancoroso disincanto de Le Luci Della Centrale Elettrica, ma con lo stesso suo lucido sguardo di chi ha capito come vanno le cose. Lo spettro di un altro Piero compare in almeno un paio di occasioni: è quello di Ciampi, livornese doc morto nel 1980, pugnace e melanconico bohemien suo malgrado, che guida la band in Confessione supportato da un suono desertico e minimale che fa invidia ad artisti del calibro di Hugo Race o Cesare Basile, e in Ho Paura, irata percezione di peggioramento superata da una propensione alla luce che vince sul buio denso come morositas nere. Ad occuparsi delle musiche due vecchi compagni di avventure musicali di Tenca, Carlo Trevisan ed Emilio Veronese, coadiuvati da Ummer Freguia e Fiorenzo Fuolega. Ciò che stupisce è l'armamentario del quintetto: quattro taglienti chitarre ed una semplice batteria, ad uso e consumo del duo Trevisan-Fuolega, addetto pure ai loop che affiorano sempre misurati e mai eccessivi nei 45' scarsi del disco, nel modellare la realtà del vivere che plasmabile non è. "Dove saremo noi quando cadrà la luna? ...cosa faremo noi quando cadrà la luna?" ci si interroga in Astronave; semplicemente "lavoreremo come sempre tutti presenti nessuno in ferie e per l’ennesima volta...l'ultima si accetterà la sorte...". Accettazione e tenacia dunque, ma anche rabbia. Tu Sai è un disperato bisogno di rivendicazione d'amore passionale e assolutamente umano, tra sferzate elettriche e clangori metallici. Nell'impetuoso crescendo di ...E Scrivo osserviamo da vicino il manifesto programmatico del Tenca autore, il bisogno, la necessità impellente e vivifica di riversare il pieno dentro sé attraverso la parola, scritta o cantata, quasi una visione complementare e speculare a quella artistica tout court, e pittorica nello specifico, del mai dimenticato Augusto Daolio: il mondo interiore che preme, sgomita e spinge per uscire, per essere riversato su un foglio o una tela, inestinguibile bagaglio di tutta la vita. E proprio ai quadri e alla pittura guarda la natura morta descritta nella conclusiva I Resti, walzer di pietra dall'incedere circolare, poco adatto al ballo per le feste di paese. Affascinati, chiudiamo gli occhi e riposiamo. …e intanto in cielo…torna la luna…

martedì 12 aprile 2011

HERMANN
Paolo Benvegnù
- La Pioggia Dischi - 2011


"Il nuovo disco. Colonna sonora di un film, mai girato." Così recita la breve nota a margine del terzo album in studio per l'ex cantante dei seminali Scisma nella sezione "Discografia" raggiungibile sul suo sito internet. Sì, perché nel percorso che parte dall'opener Il Pianeta Perfetto, delicata come gli archi che ne sorreggono la struttura e incisiva come le quasi utopistiche parole che Paolo pronuncia, per concludersi con le note spiaggiate de L'Invasore, affidata alla voce e alla chitarra del batterista Andrea Franchi, accanto a Benvegnù pure nel progetto Proiettili Buoni, non solo si percepisce davvero un taglio cinematografico lineare e univoco, quasi fosse un piano sequenza, ma si avverte netta la sensazione che anche in una distratta playlist da moderno i-Pod, il senso dell'opera non verrebbe tradito, ma anzi, si moltiplicherebbe, cambierebbe forma, assumendo e regalando sfaccettature sempre nuove come le immagini psichedeliche e mai definitive di un caleidoscopio. L'evoluzione/involuzione umana di Moses è controbilanciata dall'abbraccio rassicurante e materno di Andromeda Maria, figura necessaria per dare un riparo a quanti, insoddisfatti, si arrabattano nella propria infelice esistenza mentre Achab In New York alza l'asticella della perfezione armonica di un paio di tacche. La preghiera laica di Love Is Talking, arrangiata sulle chitarre di Guglielmo Ridolfo Gagliano, è l'ennesimo lucido sguardo su e di una realtà futura che recupera, per progredire, quanto di più antico l'uomo aveva già assimilato nel suo bagaglio culturale e personale mentre il cammino senza meta di Avanzate, Ascoltate pare di fatto arenarsi su illusioni e chimere seducenti che all'apparire del vero si rivelano però miseri specchietti per le allodole. Ma allora qual è la verità? Dove dirigere la propria meta? Come orientarsi? Non ci sono risposte certe per der Mann. Io Ho Visto è un impietoso elenco di realtà che non soddisfano le domande di poco fa e l'accellerata critica di Good Morning, Mr.Monroe! spalanca la mente "soltanto" a nuove riflessioni, fino a quel momento oscurate da coltri di polveri sottili e suoni metropolitani anomali. Il diavolo tentatore di biblica memoria questa volta si annida in Date Fuoco mentre Johnnie And Jane ci dimostrano come anche l'amore sia illusoria consolazione e i territori sonori di Sartre Monstre una divertente cavalcata funk rock estemporanea dove troviamo comunque il convincente basso di Luca Baldini. Un racconto multiforme dunque, atto unico dalle mille sfumature e teso a sorprendere, anche visivamente, l'ascoltatore nelle numerose e prestigiose date live. Come andrà a finire? Tra concreti dubbi e finte certezze uno solo è il piacere a cui potersi e volersi abbandonare: Il Mare È Bellissimo. Che poi sia verticale o meno, poca importa: il naufragar al suo interno è dolce anche per Fulgenzio Innocenzi, ingegnere meccanico di Lucignano scomparso misteriosamente a bordo di una baleniera al largo delle coste giapponesi agli inizi del 1970.

lunedì 11 aprile 2011

TAGLIAPIETRA-PAGLIUCA-MARTON live

09-04-2011
- TAGLIAPIETRA-PAGLIUCA-MARTON live @ Auditorium Porto Antico -
Genova (GE)

Che bellezza poter riassaporare finalmente dal vivo le note provenienti dalle tastiere di Tony Pagliuca! Queste le prime parole pronunciate dalle nostre orecchie al cervello, sensazione di per sé già appagante mentre Regina Al Trobadour viene provata, rigorosamente a porte chiuse nell'accogliente cornice della Sala Maestrale dell'Auditorium ubicato accanto all'Acquario di Genova e a due passi da una splendida vista della Lanterna, dall'illustre trio del prog italiano e internazionale. Il GE-PROG FESTIVAL, organizzato dalla MusicNoLimit, fin dal suo primo anno di vita si assicura dunque un evento: la reunion del duo che ha composto testi e musiche per i più celebri e significativi album de Le Orme prevede addirittura la presenza in pianta stabile di un loro altro caro amico di ieri qual è quel prodigioso guitar hero che risponde al nome di Tolo Marton. E alla batteria? Difficile rimpiazzare Michi Dei Rossi: il giovane Manuel Smaniotto ha l'arduo compito almeno di provarci, ma se i tre compagni di ventura lo hanno voluto con loro qualche valido motivo ci deve essere per forza. Noi abbiamo ben due ore di tempo per valutare anche questo.

Sì, perché alle 21:01 in punto si parte con un fantastico viaggio a ritroso nel tempo che mai sa di stanca riproposizione da vecchie glorie, bensì affascina ed emoziona grazie all'abilità strumentistica dei protagonisti. Circa 750 spettatori affollano la Sala Maestrale per un sold-out mancato di un soffio; eppure non è in casi come questo che i numeri fanno la storia bensì le canzoni, ed è così Regina Al Trobadour ad aprire la serata, proprio sulle note di Smaniotto, quadratissimo drummer fin dai prime rullate, quasi a voler esorcizzare da subito l'assenza di Dei Rossi anche con la scelta di liberare immediatamente dopo la potenza sonora de La Porta Chiusa, da sempre brano e-n-O-r-m-e e qua impreziosita pure dalla chitarra di Marton che non interferisce nel fraseggio di note tra organo, basso e batteria, ma si ritaglia piccoli spazi di rara delicatezza, rivestandolo di luccicanti bagliori di classe.

All'annuncio della gradita presenza in sala del Maestro Gian Piero Reverberi, genovese d.o.c., fa seguito la dedica di Amico Di Ieri che purtroppo registra un iniziale problema audio con la chitarra, dimenticato però in fretta anche per merito del solo di armonica affidato sempre al dinamico Tolo sul tappeto di tastiere gestito da Tony Pagliuca. Ancora un estratto da SMOGMAGICA: su Los Angeles è la chitarra di Marton a fare davvero la differenza con uno spettacolare assolo che, oltre a far lievitare il tasso emotivo del brano, da solo meriterebbe la standing ovation pur senza dimenticare l'apporto nient'affatto secondario delle tastiere di Pagliuca e la fase di decisivo raccordo di Tagliapietra. A questo punto tutti abbandonano il palco e le attenzioni si concentrano sul solo Tony che, lasciato appunto in solitaria, si siede al pianoforte digitale e, spalle al pubblico, si cimenta con l'ottimo Preludio, già ascoltato nel suo emozionante APRES MIDI, prima di passare direttamente al brano vero e proprio, quella Gioco Di Bimba che non necessita assolutamente di presentazione alcuna, tanto è rimasta sedimentata nella memoria collettiva dell'Italia intera da quasi quarant'anni a questa parte, e cantata come di consueto dall'inconfondibile voce di Aldo, mentre il sodale tastierista si posiziona di fronte al suo castello formato da un Hammond M 100 "rafforzato" dal Leslie, da un Trinity KORG e dall'indispensabile Mini Moog Voyager dall'inconfondibile suono ovattato che la caratterizza al pari del pastorale tempo dettato dalla batteria.

Una ballata del 1974: Frutto Acerbo, autobiografica composizione di Pagliuca, è introdotta dalla dodici corde di Tagliapietra mentre Tolo ricama da par suo trame all'epoca non contaminate dalla sua Fender Stratocaster. Lo stesso dicasi per la strepitosa Figure Di Cartone che, oltre ad una naturale verve decisamente rock ben supportata dal preciso Smaniotto, presenta un inedito accompagnamento di chitarra affidato al musicista trevigiano mentre Pagliuca continua ad imperversare, folletto senza età, con estrema disinvoltura sui tasti del Voyager, realizzando paesaggi spaziali sonori fuori dal tempo. Gli stessi che si materializzano di fronte a noi all'ascolto di una eccezionale Evasione Totale, da sempre luogo di libera creatività ed improvvisazione che oggi si sviluppa per ben 9 minuti dando vita ad uno spettacolo nello spettacolo.

Pagliuca, ora in piedi, ora seduto, mai fermo, libera freneticamente il proprio talento, sbagliando nella concitazione qualche passaggio, mentre sul lato destro del palco Marton centellina le note con la sua chitarra prima che Tagliapietra stoppi tutto col suo basso facendo esplodere il composto pubblico dell'Auditorium in un fragoroso applauso. Primi Passi è il brano scelto al posto di Dai Un Nome, l'inedito che la formazione sta provando comunque anche in sede live in vista di un futuro album, prima di affidarsi alla sensibilità di Tolo per l'omaggio al mai troppo rimpianto Germano Serafin: la delicata Alpine Valley permette al virtuoso chitarrista di esprimersi nel suo caratteristico e personalissimo suono elettrico ottenuto quasi "per sottrazione", con le note che vengono letteralmente estratte dalle corde attraverso le proprie dita, conferendo così una leggerezza unica all'insieme. Smaniotto è protagonista nello strepitoso finale della successiva Sospesi Nell'Incredibile, altro autentico tour de force per tutti gli strumentisti, intenti a duellare tra loro a suon di note, scale e svisate mentre l'organo di Pagliuca diffonde il suo suono unico lungo tutta la composizione. Le asperità vengono mitigate dalla cristallina Felona, secondo e ultimo brano estrapolato da FELONA E SORONA, e da un medley comprendente Sera, La Fabbricante Di Angeli, Maggio e l'inconfondibile organo di Collage su cui Marton innesta un altro assolo.

Introdotta da un testo letto da Aldo, parte una vibrante e adrenalica versione di Sguardo Verso Il Cielo, inedita nei contrappunti rock di Tolo, che scuote nuovamente la platea e assesta colpi di gran classe prima di ricevere lunghi applausi da tutti. Consapevoli dell'intensa prova offerta, il ritorno sul palco per i bis è semplicemente una festa: Cemento Armato, immancabile e con un basso davvero potente, offre all'arcinota Canzone D'Amore l'onere e l'onore di chiudere una performance davvero maiuscola, nonostante l'affiatamento ancora da affinare e qualche sempre gradita imperfezione. Eppure non è ancora finita: tra un commento post concerto ed un acquisto al merchandising ecco comparire nell'atrio della struttura un richiestissimo Pagliuca e il sempre umile e schivo Marton mentre Manuel Smaniotto si defila per far spazio ai due giganti. Per la verità Aldo non si vede, ma sappiamo che altre occasioni si presenteranno nei mesi futuri. Come si suol dire: e non finisce qui.

Andrea Barbaglia '11

un link al seguente post è presente qui: http://it-it.facebook.com/people/Tolo-Marton/1482660983

domenica 10 aprile 2011

RAW POWER, HONEY, JUST WON’T QUIT!

Per celebrare l'uscita targata agosto 2010 del nuovo capitolo discografico RESUSCITATE, ecco un'intervista datata 7 febbraio 2009 quando con il perseverante Mauro Codeluppi già si parlava ironicamente di "brutti" pezzi nuovi e di molto altro. Umiltà, sacrificio, perseveranza: tre sostantivi che calzano a pennello con la storia dei Raw Power, vero e proprio monumento dell’hardcore internazionale prima ancora che nazionale. È un attimo entrare in sintonia con Mauro, unico superstite della formazione originale dopo la prematura scomparsa del fratello Giuseppe, e la chiacchierata si fa interessante.

Come sta andando la tournée?

Mauro: Non siamo all'interno di un tour vero e proprio, però sta andando bene perché stiamo suonando in Italia, cosa abbastanza strana dato che capitano anni in cui qua non suoniamo praticamente mai. Quest'anno ci stiamo esibendo parecchio, parecchio sempre per quanto riguarda i nostri standard. Il problema dei Raw Power è che sì, ci conoscono in tanti un pò dappertutto, però in Italia se suoniamo gratis andiamo ovunque, nel momento in cui chiediamo anche un minimo di compenso allora cominci già ad essere il gruppo che se la tira...

Ed è un peccato perché, fin prova contraria, voi siete una band sulla cresta dell'onda da più di 25 anni, avete girato il mondo e negli Stati Uniti e in Europa avete un sèguito che va ben al di là di quello che può avere un gruppo cult. Perché in Italia tutto questo viene a mancare? Come ti spieghi questa disparità di trattamento?
Mauro:
Non me la spiego; o meglio, me la spiego nel senso che nella mentalità di chi fa concerti di questo genere ha nella testa che i Raw Power devono essere una specie di missione, come effettivamente è, perché bene o male noi lo facciamo solo per divertirci, specialmente negli ultimi anni, però almeno le spese... Se ti puoi permettere di andare in giro e farlo per niente, bene; è tuttavia difficile far capire che noi purtroppo siamo tutti poveracci perciò si fa fatica a farlo in questo modo. Se uno di Bari o di Lecce mi chiama non riesco a fargli capire che solo per andare a Lecce o a Bari o in culo alla luna io le spese ce le ho, non fosse altro che per i km dell'autostrada. Il problema più grosso in Italia è sempre stato questo; all'estero invece lo capiscono perché non gliene frega niente che i Raw Power siano un gruppo che fa un certo genere di musica. Loro dicono "i Raw Power, come qualsiasi altro gruppo, suonano e in più arrivano da lontano: bisogna pagarli". E sono cifre da "paura" perché poi vedo a quanto escono gruppi che secondo me fanno cagare… Però a quei gruppi è giusto darli, a noi invece è giusto non darli. Sono quei misteri che... È sempre stato così per cui ormai andiamo avanti in questo modo.

Pensi che questo tipo di problematiche sia dovuto al genere musicale proposto?
Mauro:
Sì, perché non dipende tanto da noi. Noi anzi, all'inizio, in Italia avevamo il problema che non ci facevano suonare: uno, perché avevamo deciso di esprimerci in inglese e già questo non andava bene.

In seconda battuta avevamo scelto di farci pagare, cosa che non si faceva proprio; cioè, il discorso era "già canti in inglese, non si capisce un cazzo e in più vuoi anche i soldi: che cazzo rompi le palle?!?" Secondo me ce la tiriamo dietro dall'inizio e non riusciamo a liberarcene... Comunque non è così dappertutto. Noi suoniamo anche al sud, in centri sociali dove ti pagano senza far questioni perché capiscono che sia giusto. Tempo fa abbiamo suonato a Roma e dovevamo suonare anche a Napoli; lì purtroppo la data era saltata. I contatti salernitani non ci hanno fatto suonare perché, correttamente, ci avevano avvertito di come il poco tempo a disposizione per organizzare una data vera e propria avrebbe comunque impedito loro di pagarci per quello che normalmente ci pagano. Ma questi sono proprio casi rari. La maggior parte dei posti invece ragiona diversamente... Mah...

Un minimo di attenzione in più in effetti non guasterebbe. Tra l’altro i Raw Power sono stati i capostipiti di questo genere in Italia insieme ad un'altra band, i Negazione: avete mai suonato insieme o vi siete mai frequentati nel corso degli anni?
Mauro:
Anni fa, ma proprio tanto tempo fa. C'è stato un periodo dove abbiamo suonato diverse volte con loro; personalmente penso di averci suonato insieme una volta sola. I Raw Power invece credo lo abbiano fatto cinque o sei volte negli anni in cui io abitavo in Inghilterra coi brani che perciò venivano cantati da mio fratello Giuseppe. Tutto ciò accadeva nella prima metà degli anni '80 quando quelle poche volte che si suonava in Italia oltre che con i Negazione capitava di suonare con gruppi come i Crash Box, gli I Refuse It oppure i Jugernaut.

Perché tu e Giuseppe avete scelto l’hardcore quando avete messo in piedi la band?
Mauro:
Perché era il genere che ci piaceva. Quando noi abbiamo iniziato a suonare la musica che ascoltavamo era l'hardcore californiano, qualcosa della East Coast, un paio di gruppi inglesi, GBH, Discharge, Exploited. Appena prima dei Raw Power c’era un’altra band, gli Off Limits, che faceva innanzitutto cover di gruppi di hard rock americano e non solo…

C’entrano qualcosa gli Stooges di Iggy Pop?
Mauro: Sì, eccome! Il nome Raw Power deriva proprio da Iggy Pop e gli Stooges. Una sera che eravamo a casa dei miei, eravamo intorno ad una tavola e abbiamo detto "Cazzo!?! Dopo Off Limits dobbiamo tirar fuori un altro nome!" Facendo cover degli Stooges e avendo tra i pezzi già in scaletta anche Raw Power che, per inciso, abbiamo continuato a proporre anche nei primi tempi con la nuova band, abbiamo deciso che se dovevamo scegliere un nome quello doveva essere proprio Raw Power.

Negli anni anche la line up è cambiata; eccezion fatta per te e tuo fratello, purtroppo scomparso qualche anno fa, il resto della band ha avuto difficoltà nel trovare un combo stabile. A cosa è dovuta questa difficoltà?
Mauro:
Per due motivi: uno per i soldi, perché il problema è sempre quello. Finché c'è gente che riesce a starci dentro anche senza guadagnarci niente perché già lavora, nel fine settimana puoi permetterti di dire "andiamo a fare i coglioni in giro, anziché andare al bar..", e vai a suonare. Se c'è gente che invece non ha fatto mai un cazzo in vita sua, non guadagnando niente dice "vabbé, almeno investiamo due soldi per suonare". Purtroppo noi suonando non abbiamo mai beccato granché perciò alla fine, dai una volta, dai due, dai tre, c'è chi mollava il colpo.

L’altro problema erano le velleità musicali. A parte me e mio fratello. Io infatti non sono capace di fare un cazzo; lui ha sempre saputo di non essere un gran chitarrista perciò si concentrava solo sui Raw Power. Gli altri, capaci di suonare, hanno sempre avuto altri due o tre gruppi perché effettivamente abbiamo avuto dei ragazzi nella band che erano musicisti veri. E allora alla fine anche loro sono arrivati ad un punto che hanno detto "io voglio fare qui, io voglio fare là, nei Raw Power non riesco più ad andare avanti, ecc.ecc…". Nella maggior parte dei casi è sempre accaduto che, usciti dalla band, non hanno fatto un cazzo perché bene o male i vari chitarristi, i vari bassisti, i vari batteristi, nei Raw Power erano IL chitarrista, IL bassista, IL batterista dei Raw Power e la gente si faceva le seghe ascoltandoli; andandosene si sono trovati a suonare magari con cantanti famosi, però erano solo il chitarrista DI, il batterista DI...: alla fine la gente era lì a farsi le seghe per il cantante e tu eri uno dei tanti, l'ultimo arrivato che nessuno cagava. Alcuni sono poi tornati, certi no perché magari non suonavano più l'hardcore, genere che comunque richiede anche un certo allenamento fisico. Puoi essere bravo finché vuoi, ma se smetti di suonarlo riprendere è dura. Io ho visto Helder che è un batterista davvero bravissimo, il batterista migliore che abbiamo avuto e, ai tempi, uno dei più bravi in circolazione. L'abbiamo provato un paio d'anni fa e non riusciva a tenerci dietro, non perché non fosse bravo, ma semplicemente perché non aveva più allenamento.

Parlando invece della vostra discografia possiamo notare come sia uscito un numero non altissimo di dischi in studio e quasi sempre per un'etichetta discografica diversa. Come mai?
Mauro:
Sempre i soldi, te lo devo dire un’altra volta (e qua al buon Mauro scappa un mezzo sorriso - ndr). I nostri dischi li hanno sempre rilasciati le famose etichette indipendenti perciò tutte le volte ti devi arrabattare a trovare qualcuno che butti fuori il disco nuovo. In realtà il problema di pubblicare un disco dei Raw Power non ce l’ho perché trovo sempre qualcuno disposto a farlo; il problema è che esce il disco, ma…nessuno sa che è uscito! Negli anni passati, quando in linea di massima facevamo un album ogni due o tre anni, è capitato di andare in tour in America con la gente che neppure sapeva fosse uscito un nuovo lavoro o magari, se ne aveva avuto notizia, non sapeva come recuperarlo! Era un problema di pubblicità e di distribuzione. Adesso con internet è una pacchia, per noi e per tutta quella serie di gruppi nuovi, nati magari una decina di anni fa che girano e che magari in concerto fanno una nostra cover per cui consentono anche al nostro nome di circolare e di incuriosire quanti li vanno a vedere. Calcola anche il fatto che noi se abbiamo pubblicato una dozzina di dischi ufficiali, siamo presenti su tantissime compilation di gente che le ristampa senza dirmi un cazzo.
Alcuni mi fanno notare come dovrei intervenire e fermare questo tipo di prodotti, ma alla fine a me fanno un piacere comunque perché, partendo dal presupposto che noi non becchiamo una lira in ogni caso, alla fine se esce una compilation in Scozia, in Australia o chissà dove, questo permette a quelle due o tre riviste, a quei due o tre siti che se ne occupano di parlarne e segnalando magari anche il pezzo dei Raw Power. Noi non abbiamo agenzie, sono anni che non buttiamo fuori un disco in studio, perciò alla fine l’importante è che si continui a parlare del nostro nome.

Domanda estemporanea: pensi che gli attuali Guns n’Roses possano chiamarvi per aprire qualche loro data visto che ai tempi accadde il contrario?
Mauro:
Mmm...penso di no!? A parte il fatto che non credo sappiano neanche chi siamo noi, però magari potremmo suonare con Slash e gli altri! Spero per loro di no; una volta che arrivano a chiamar noi vuol dire che sarebbero arrivati alla frutta un'altra volta (risate - ndr)!
Comunque il punto è sempre quello: se, e dico se, dovesse mai uscire qualcosa di nuovo a nome Raw Power, ed entro fine anno potrebbe anche capitare dato che stiamo facendo "purtroppo" questo qualcosa di nuovo, noi ci guarderemmo attorno.
Ciò di cui abbiamo bisogno è suonare nei festival, però al momento non ci riusciamo perché non abbiamo sul mercato un nuovo album. Per fare il passo anche solo in Serie B, devi entrare nel circuito di quei festival dove circola un po’ di gente e devi aver qualcosa di nuovo nei negozi. Una volta che riusciremo a tornare lì sono convinto si potrà far qualcosa. Che poi non voglio neanche fare tanto perché alla fine non potremmo, dato che tutti noi lavoriamo e non ci penso nemmeno di lasciare il lavoro per suonare: magari si potesse fare così!?!? Ci fossero tutte le condizioni per lavorare seriamente al progetto Raw Power lo farei in trenta secondi! Ma so che questo non capiterà più; ci sono passato, ormai è andata e... buonanotte!
Però togliersi ancora qualche soddisfazione, questo sì. Io conosco tutti i gruppi che hanno continuato a fare da sempre roba che facevano venti anni fa, continuando in questo modo a suonare. Uno, sono americani e già solo per questo sei a metà del lavoro; due, hanno deciso giustamente di continuare a proporre quella stessa musica che aveva avuto un certo successo magari nei primi album proponendola anche nei dischi successivi. Campano in questo modo; non diventano ricchi, ma piuttosto che lavorare in fabbrica...
Ti faccio un esempio: c'è una band che a me piace da morire che sono i Sick Of It All. Fino a cinque, sei anni fa non venivano mai in Europa: ora non li vedi mai in America, cazzo, sono sempre qua! Sai perché? Perché in America se va bene prendono mille dollari; qua ti danno diecimila euro: vedi tu. E mentre là non li caga più nessuno, da noi suonano e hanno gente che continua a seguirli e che si diverte. Secondo me fanno bene così.

La notizia di un vostro nuovo album mi ha sorpreso, in positivo, ma mi ha sorpreso.
Mauro:
Io non voglio più far niente perché sono sicuro che la roba nuova fa cagare più di quella vecchia. Il casino è che un pò la gente, ma più che altro quelli del gruppo lo chiedono! Riallacciandomi a quanto dicevo prima, anche questi nuovi adesso pensano di essere musicisti e si lamentano di fare sempre solo pezzi vecchi; io comunque ho sempre detto loro "no, no, pezzi nuovi non ne facciamo, non ne facciamo perché tanto non siete capaci di farli".

Adesso la scommessa della band è quella di dire "no, no, adesso li facciamo e vedrai che sono pure belli!!"; e difatti, ogni volta che li fanno dico loro che fanno cagare, che li ho già sentiti, che sono uguali agli altri... (grande Mauro! Troppo forte. – ndr). E loro cosa fanno? Mi "accusano" della mia solita scarsa lungimiranza. "Tutti fanno brani nuovi che sono uguali a quelli vecchi e funzionano, perché noi no?!?" Agli inizi, col secondo disco SCREAMS FROM THE GUTTER non volevo che lo facessimo uguale al primo perché secondo me avrebbe spaccato i maroni, e già in quell’occasione gli altri iniziarono ad odiarmi. Invece avremmo dovuto farlo identico al primo (risate – ndr)! Adesso abbiamo sedici, diciassette pezzi, uno più brutto dell’altro, dobbiamo metterne a posto un paio poi in teoria saremmo anche pronti per andare in studio e sentire come rendono in quel contesto. Una quindicina li abbiamo già provinati in uno studio da noi a Reggio e suonano come Raw Power...

Quindi possiamo star tranquilli?
Mauro:
Sì, sono "brutti standard"! Purtroppo per tener la band unita devo dare qualche "contentino"... L'idea è quella: li finiamo, li registriamo grezzi nello studio poi vediamo il da farsi. Intanto abbiamo registrato un pezzo per una compilation per un'etichetta di Seattle. È una cover dei Dehumanizers, band con cui suonammo ai tempi del nostro incontro coi Guns N’Roses (1986 – ndr) e che abbiamo incontrato di nuovo recentemente, in procinto di rilasciare questa compilation di gruppi che fanno loro pezzi. A giugno/luglio torneremo negli USA per un paio di settimane e cercheremo di muovere un po’ le acque.

Allora vi attendiamo di nuovo a Le Piccole Iene col nuovo album.
Mauro:
Vediamo, vediamo… Che poi per la verità abbiamo già un doppio dvd che esce con la "solita brodaglia", hai già capito, e c’è pure un album in uscita per la BCT Records con contenuti che anch’io ignoro. Intanto è uscito pure il primo skateboard dei Raw Power, figurati!?! Insomma, tutta questa robaccia esce o sta uscendo; però per la brodaglia nuova nuova o esce entro fine anno o non esce più perché mi sono già rotto le palle (risate – ndr)!

Perfetto, io ti ringrazio…
Mauro:
No, no grazie a te per questa chiacchierata e grazie a voi per qua. Il posto è da paura, proprio bello! Abbiamo provato già un paio di volte a venire a suonare, ma non ci hanno presi. Personalmente ci tenevo ad esibirmi a Le Piccole Iene perché palchi del genere non li trovi spesso. Ho sempre visto il locale in foto o magari gente che era già stata qui me ne aveva parlato bene. Visto dal vivo posso solo dire che è proprio un bel posto, bravi!

Andrea Barbaglia ‘11

le foto riguardanti il live c/o Le Piccole Iene presenti nell'articolo sono state recuperate da internet
MISANTROPICANA
Piet Mondrian
- Urtovox - 2010

Dopo un frugale ascolto al singolo Apocalippo risulta fin troppo facile accostare a tutta prima il duo tos'ano che omaggia nel nome l'importante pittore olandese appartenuto al movimento artistico De Stijl agli ormai disciolti The White Stripes: chitarra e voce (impostata) lui, che risponde al nome di Michele, batteria e voce (melodiosa) lei, la giovanissima Caterina. Più interessante e costruttivo è parlarne con una maggiore cognizione di causa, ascoltando il loro cd per intero, cogliendo sfumature e assaporandone il climax. Si parte su una base pop porno con un o yeah! e lascivi mugugni vari che fanno un inconsapevole omaggio ai mai dimenticati Green Jellÿ di House Me Teenage Rave, ma Report 1 è molto di più: le onde sonore prodotte da un theremin fantasma rendono estremamente fascinoso un brano già di per sè accattivante mentre Michele invoca Gino Strada affinché invii qua in Occidente le inutili mine antiuomo disseminate in Afghanistan ritenute più strumentali nello sterminare i fascisti, gli anziani ed i menefreghisti vista l'impossibilità di salvaguardare il mondo e la foresta amazzonica! Il kazoo è protagonista della successiva Boogie Woogie, un particolare e sarcastico banchetto luculiano in cui una abbondante dose di ironia serve a farci digerire le portate elencate in un contesto sempre piuttosto critico rispetto agli standard di vita dell'uomo contemporaneo. La già citata Apocalippo è una bomba ad effetto immediato che cresce sempre più, ascolto dopo ascolto. Altro momento davvero notevole è l'eterea, ma poco sognante visto l'argomento terreno trattato, Lascia Perdere le cui note di tastiera (Amari? Chi ha detto Amari?) affidate a Caterina, voce principale che come negli altri episodi sempre si intreccia al 50% con quella di Michele, ci lanciano sospesi nello spazio più mellifluo della mente, dove i propositi e le idee nascono, ma non sempre trovano poi il loro corrispettivo sviluppo concreto nella realtà. Si torna al garage rock minimalista con l'ironica Ho Votato Lega, un Bugo ancora privo di Joe Valeriano, ma sempre in possesso di un lucido e tagliente sguardo contemporaneo, lo stesso che torna nella disillusa Un Corpo prima di qualche accenno prog affidato al flauto traverso di Beatrice D'Elia in Credo Che L'Uom' Per Natura Sia Così, dall'indovinato dinamismo Sixties/Seventies che fa pure molto Calibro 35 (Una Notte Al Casinò). Venti secondi di frammenti sonori tratti da trasmissioni televisive dozzinali esemplificano all'istante parte della trattazione presente ne Il Chiacchiericcio Da Cortile, melanconica sociologia quotidiana del XX e XXI secolo. Bianconi che canta con Ginevra Di Marco sembra comparire in Forse Questo È Amore e i The Zen Circus danno il loro contributo "spirituale" in Humphrey Bogart. Dogma, così essenziale eppure incisiva, chiude un disco che è davvero un must. Ah sì, è l'album d'esordio, scusate se è poco. Il gruppo più politico che c'è oggi in Italia? Possibile. Agnostici? Forse. Rivoluzionari? Magari. Bravissimi? Certamente!