venerdì 20 marzo 2015

AZIMUTH

AZIMUTH
Alberto N. A. Turra / Turbogolfer Duo(s)
- Felmay - 2015

Tutto nasce da una passione giovanile dura a morire. Per Alberto Turra, talentuoso e versatile chitarrista di grande prospettiva, il fascino prodotto dalla percussività della batteria è la prima e l'ultima tentazione da cui non ci si può sottrarre. Una fiamma costantemente alimentata da una vita condotta in musica e condivisa con l'entusiasmo di chi nel fluire del suono trova una scala di valori perpetua e un motivo per perseguire il proprio scopo terreno. Assecondare una pulsione talmente forte e naturale è facile eppure saperne concretizzare linguaggi e codici, sfumature e umori - inafferrabili quasi sempre in altri contesti - è la sfida da cui il leader dei Kabikoff non vuole - e non può - fuggire. AZIMUTH infatti descrive attraverso una composita, ma comprensibile cosmogonia legata ai punti cardinali la complessità dell'individuo Turra. Il dualismo strumentale nato dall'abbinamento chitarra-batteria che fino ad ora ha identificato il progetto Turbogolfer viene qui replicato in numero non inferiore a sei, in maniera sistematica e ordinata, trovando nell'eterogeneità dei corrispettivi strumentisti coinvolti una identità chiara e ferma, generatasi per osmosi tra la mutevolezza della prima e le linee guida dettate dalla seconda. Sapersi orientare in questa matematica selva di significati e costruzioni musicali non è un equivoco, ma molto più semplicemente il risultato di un esperimento voluto e programmato con tenacia, andato a buon fine grazie a una profondità concettuale sviluppata nel tempo da sensibilità complementari. Una musica per stati d'animo che occupa spazi materiali, ma anche visioni oniriche e non luoghi; jazz di confine, vertigine per immagini concrete e concettuali; punto fermo di una peculiarità multisfacettata in grado di passare elegantemente dai ritmi tonanti (Sergio Quagliarella) a un drumming fluido e sinuoso di frontiera (Toni Boselli) senza scollegarsi mai da una realtà che invita a spingere verso l'alto guardando verso l'altro. Tato Vastola evoca a tal proposito la sospensione, ma più ancora la propulsione progressiva verso quel limite che come spada di Damocle incombe sopra le nostre teste, per raggiungere dello Zenith il grado più lontano, la curvatura meno scontata; di contro, Andrea Rainoldi è il polo opposto, il Nadir, pietra angolare dell''intero lavoro nato in combutta proprio con l'omonimo batterista anche in sala di registrazione. Da quelle quattro mura muoviamo verso sud con Marco Cavani mentre sta per sorgere l'oriente di Alberto Pederneschi. Sono gli elementi della natura a restituire la cifra stilistica per ognuno dei faticatori del ritmo coinvolti. Turra, legato a ciascuno di loro, è a sua volta la pioggia che bagna ogni cosa, arrivando in ogni angolo recondito di un cammino laborioso, ricco di spiragli di luce che partendo dalle periferie della propria essenza si dirige verso il centro e viceversa. A fornire un ulteriore autonomia di valutazione intervengono gli omaggi a momenti di estasi musicali, scelti con cura e assegnati con equilibrio, da Coltrane a Hendrix passando per Colemann e rivestendo di nuova affettività il tradizionale balcanico Ederlezi; e se la cover racconta il lato in luce dei punti cardinale presi in esame il brano personale va a descriverne quello in ombra. Così, in questa alternanza fra chiaro e scuro, tra luminosità e tenebra si sviluppa un processo di maturazione integrale, dignitosa epopea di aggregazione tesa a bruciare le tappe di un rito collettivo, di un viaggio iniziatico aperto molto tempo fa, ma chiuso proprio qui e proprio ora. Sei punti cardinali. Un solo uomo.

mercoledì 18 marzo 2015

l'intervista

MASSIMO COTTO: AKAMU, PALESTRA DI MUSICA

Akamu è una casa dell'arte dove si insegna canzone d'autore, pop e jazz. Un luogo dove l'aspetto formativo si combina a quello ludico e in-formativo perché non si limita a insegnare. Durante i corsi, ma anche nel resto dell'anno, l'Accademia promuoverà infatti mostre, concerti, letture, installazioni multimediali, workshop, spettacoli teatrali; un lavoro a tutto tondo per fare in modo che dall'Università di Asti il talento si muova in ogni direzione al fine di far nascere nuove forme d'arte. Ultimo baluardo possibile di (r)esistenza artistica e formazione di talenti per tutti coloro i quali credono ancora fermamente nella cultura non solo a parole, ma soprattutto con i fatti, Akamu si ripromette di aprire porte e rimettere costantemente in gioco idee ed energie alla ricerca di nuove strade percorribili. Come fa da sempre il suo ideatore, il vulcanico e lungimirante divulgatore musicale Massimo Cotto.


"Talento" è una parola abusata in questi anni o, al contrario, è ancora in grado di descrivere bene le capacità dell'essere umano in campo artistico?
Massimo: Non penso che "talento" sia una parola abusata in questi ultimi anni perché infatti descrive ancora benissimo la capacità innata di qualcuno di riuscire a far andare l'acqua in salita, di vedere quello che magari gli altri riescono soltanto a percepire. Talento è quella cosa che ti permette di trasmettere agli altri ciò che tu hai visto e sentito in maniera differente. Il problema è che da solo non basta e bisogna aggiungerci qualcosa sopra. Lo dico sempre: il talento non si può insegnare e quindi nessuna scuola, neanche Akamu, sarà in grado di farlo, però può essere riconosciuto e può essere allenato. Non si allenano soltanto i muscoli nelle palestre, ma si allenano anche le teste, le creatività; si allenano soprattutto i ragazzi a pensare che il successo viene prima del sudore soltanto sul dizionario, che in realtà bisogna faticare, lavorare molto perché il talento in percentuale serve solo per un 10%, non di più. 
  
Qual è l'esigenza che ha portato all'ideazione e alla realizzazione di Akamu? Da quanto tempo ci si stava ragionando a riguardo?
Massimo: Proprio ciò di cui stavo parlando un istante fa. Era tanto tempo che volevo creare qualcosa dove si potesse lavorare con i ragazzi senza necessariamente doverli scegliere per qualche festival o per qualche concorso particolare. Mi spiego: quando faccio parte di giurie si sceglie sempre non in base al valore assoluto, ma in base a quello relativo. Cioè: chi è che ci serve per questo concorso? Chi è che ci serve per Sanremo? In sostanza devi mediare con esigenze televisive, devi mediare con questo e con quell'altro soggetto, ecc...; avere invece docenti che sono a tua disposizione per tre giorni, che quindi possono ascoltare ciò che tu hai fatto, quello che tu sei, credo sia il modo migliore per favorire i ragazzi perché quello che noi dobbiamo fare come operatori di settore è moltiplicare le possibilità per loro in un momento di crisi come quella che stiamo affrontando. Per avere attenzione e di conseguenza per riuscire a esprimere sé stessi.

Il collegio docenti preposto per il Master in Canzone d’autore all’Università di Asti ha assemblato una commissione di prim'ordine con, fiori all'occhiello, le lectio magistralis di Francesco Guccini e Luca Carboni. Quali le reazioni loro e dei colleghi di fronte alla proposta targata AKAMU?
Massimo: Le reazione sono state per ora tutte straordinarie. Posso contare su rapporti di amicizia con ognuno di loro quindi posso anche immaginare che per il momento di fidino di me. Adesso devo fare in modo che dopo questa volta si fidino di quello che noi facciamo e non soltanto di quelle che sono le nostre intenzioni, ma sono sicuro che con la collaborazione di tutti riusciremo a portare avanti bene questo discorso.


Quali sono le differenze sostanziali di Akamu rispetto ad altre situazioni magari mediaticamente più esposte e riconosciute?
Massimo: Non sono in grado di dirtelo ora. Perché, è chiaro, non sono così stupido da pensare di essere in grado di competere con il CET di Mogol oppure con il CPM di Franco Mussida. Questo è semplicemente un luogo di incontro e di scontro fra diverse mentalità e diversi punti di vista che ha come grande vantaggio rispetto a tutte le altre scuole quello di avere un biglietto di ingresso minimo perché se tu paghi 300 euro per tre giorni di full immersion con i migliori docenti che noi siamo in grado di recepire sul mercato vuol dire che paghi veramente pochissimo. Infatti da un punto di vista di investimento mio, in qualità di assessore, non si può prevedere un piano di rientro perché saremmo sicuramente in perdita; del resto vogliamo pochi alunni proprio per far in modo tale che i docenti possano lavorare bene su di loro.


Di particolare interesse l'aver unito in maniera sinergica il progetto a luoghi storicamente deputati allo sviluppo e alla ricezione dei movimenti artistici in ogni loro forma.
Massimo: Riguardo ad Akamu esiste solamente un piano di sviluppo che è un piano di sviluppo della città. Ecco perché cerchiamo di metterlo a contatto con altre realtà di Asti come il teatro Alfieri, il piccolo teatro Giraudi, il Diavolo Rosso, le Case del Teatro, i musei e tutti quegli spazi individuati per recuperare un senso di identità immergendosi nel territorio, aggiungendo esposizioni, presentazioni di libri, incontri, per far in modo tale che alla fine Asti diventi una sorta di mosaico dove ogni luogo in cui si fa cultura sia una tessera di un disegno più grande. Se non facciamo rete in un momento come questo non andiamo davvero da nessuna parte; la miglior iniziativa possibile che ci può essere in questi giorni non è infatti sufficiente per coprire, per stabilizzare le sabbie mobili in cui versa la situazione musicale in Italia.

Asti, tra l'altro, per quasi due decenni ha offerto un importante Festival estivo come Asti Musica. Lo scorso anno diversi fattori hanno portato alla sofferta decisione di cancellare l'edizione 2015. Qual è la situazione attuale? Tornerà la città in un futuro non troppo lontano ancora centro nevralgico di quel modo di intendere musica e cultura? 
Massimo: Anche se la conferenza stampa verrà fatta martedì quando annunceremo tutti i dettagli, sono strafelice di poter dire che Asti Musica è stata salvata! Penso che l'edizione del ventennale anche se in forma ridotta da un punto di vista degli appuntamenti, ma non da un punto di vista di qualità degli artisti perché, ad esempio, apriremo il primo luglio con Paolo Conte in piazza della Cattedrale, pur snodandosi lungo dieci giorni e non venti come un tempo sarà comunque una edizione di tutto rispetto.
 
Lavorare sul talento - formandolo -  si può; farlo emergere è forse l'aspetto più difficoltoso. Massimo Cotto da cosa lo riconosce? 
Massimo: È una domanda molto difficile. Per me il talento si riconosce dalla diversità con cui ti avvicini al microfono e alla composizione. Quando tu riesci a far capire alle altre persone che indipendentemente da quello che canti, indipendentemente dallo stile, indipendentemente dal fatto che sia tutto a fuoco hai qualche cosa di diverso, hai qualche cosa che gli altri non hanno o comunque su cui si può lavorare, ecco, lì risiede la mia idea di talento. Lavorarci sopra significa cercare di togliere tutte le sovrastrutture che i ragazzi oggi hanno, cercare di convincere che le scorciatoie non servono a nulla, perché magari ti possono dare un successo effimero, ma poi non ti portano da nessuna parte. Ciò che spero di fare è cercare di convincere i ragazzi a ragionare in termini di carriera e non di singolo cd. Naturalmente poi ci vogliono anche le case discografiche e tutto il mondo attorno, però voglio che loro non perdano la fiducia; sono stufo di sentire operatori del settore dire "Volete cantare? Ma no, smettetela, non vi conviene, oggi è un mondo difficile": è un mondo difficile per tutto, anche per trovare un posto in banca o in una autorimessa per cui tanto vale battersi per quello in cui tu credi se davvero si crede a qualcosa. 
 
Chi volesse ricevere maggiori informazioni, prendere visione del programma, iscriversi ad Akamu, a chi può rivolgersi?
Massimo: Basta cliccare sulla pagina dedicata http://www.anteros.it/presentazione-akamu, su Facebook oppure su Twitter. Lì si possono trovare tutte le informazioni riguardanti l'Accademia dello Spettacolo e la Casa della Musica. In assoluto credo che l'esempio di Akamu possa essere seguito da tanti altri comuni e realtà; è chiaro che ci debba essere un investimento di qualche decina di migliaia di euro, però in fondo è minimo e se non ci muoviamo adesso alla fine sarà troppo tardi e tra qualche anno ci accorgeremo che avremo perso tutti i treni possibili. Invece bisogna spiegare, provare a dire ai ragazzi che se vogliono prendere il treno giusto prima o poi passerà: l'importante è che si facciano trovare in stazione.
 
Andrea Barbaglia '15

giovedì 12 marzo 2015

THE THIRD SEASON

THE THIRD SEASON
Makhno
- Neon Paralleli/Bloodysound Fucktory/Brigadisco/Hysm?/Il Verso del Cinghiale/Onlyfuckingnoise/Villa Inferno/Xego/Wallace Records - 2015

L'avevamo richiesto ad alta voce dopo la prova epica di SILO THINKING: Paolo Cantù doveva tornare senza se e senza ma per dare un seguito a quell'ottima polveriera di elettro-noise grezzo e dissonante che ci aveva catturato per titanica tragicità e necessaria alienazione anarchica. Formulata la domanda Makhno ha risposto. Con una nuova sfida che non replica le precedenti gesta, ma ne affronta il lato più oscuro e feroce. Ancora una volta in solitaria, libero da facili distrazioni e pericolose mediocrità. THE THIRD SEASON è la naturale evoluzione di un percorso che per Cantù si snoda secondo una logica del tutto spontanea lungo le strade della sperimentazione e del non scontato, percorsi a cui ognuno può approcciarsi in maniera libera e a suo modo unica quando non irripetibile. Per capire l'essenza di questo nuovo lavoro noi vogliamo focalizzare l'attenzione sull'immagine riprodotta in copertina, quella di una cerambice, coleottero a rischio di estinzione il cui interessante stato evolutivo prevede tre fasi di muta, ognuna ragionevolmente indipendente nella sua essenza eppure al tempo stesso ugualmente propedeutica per il grado successivo. Una evoluzione che "ragiona" anche in natura per compartimenti stagni, ma che al contempo tesse trame geneticamente profondissime per dare continuità ad un cambiamento che è prima di tutto vita; una continuità come quella replicata da Cantù in studio e che l'opener The Book Of The Year è in grado di riallacciare con il capitolo discografico precedente attraverso il suo sfrontato sferragliamento noise-punk, snervante e rumoristicamente diretto, scheggia diversamente piacevole nella sua morbosa attitudine distorta. Un trait d'union rivisitato poco dopo nell'incedere claudicante e nero di Per Non Mai Dimenticarmi in vista dell'ipnotico blues modificato I Dreamed I Saw Mark P Last Night, litania di meccanica industriale per soli strumenti e recordings alla periferia dell'antico impero d'Occidente, in un tripudio di luci al neon e dissoluzione culturale. Poi, seppur dato per morto, ecco in lontananza avanzare malconcio, ferito, ma sempre determinato e fiero il nostro generale Custer, l'indomito e caustico Federico Ciappini, questa volta intento a raccontare l'isolamento, l'alienazione dell'individuo, del suo sciocco e infetto parlarsi addosso morbosamente psicotico, insulso, vuoto e insensato, portando alla luce attraverso le crepe di una esistenza apparentemente perfetta il sommerso tormentato della lucida Avevo Cose Da Dire. Un bilancio provvisorio che ci vede vittime di un incubo riscattabile solo grazie alla libertà di pensiero fermentata nella cupa rivisitazione post-industriale di Die Gedanken Sind Frei, protest song a suo modo gemella dell'esortazione-mantra Do Not Let The Olive Branch Fall From My Hands (tratta da un discorso di Yasser Arafat alle Nazioni Unite nel 1974) mentre la mente ancora cogita (Nobody Knows You When You're Down And Out) e la fase intermedia della cerambice volge al termine. Nel conclusivo brano omonimo le chitarre e le frastagliate chincaglierie metalliche di cui Makhno si avvale esplicitano, evocandolo, lo sforzo, la tribolazione, la fatica fisica, perfino il temporaneo panico dell'insetto che sembra annaspare tra le maglie del proprio esoscheletro prima di raggiungere lo stadio adulto, abbandonando lo stato larvale e quello di mezzo in favore della sua terza stagione. Il conflitto diventa così mezzo di crescita; la difficoltà iniziale di una scelta obbligata una scalata verso la comprensione e la maturità. Cantù racchiude questo sapere nelle musiche assemblate una volta ancora facendo incontrare le proprie esigenze espressive a quelle altrettanto personali dell'individuo per un ascolto che renda protagonisti entrambi i soggetti. Una esperienza di vita in cui riconoscersi, bilanciando tensioni e stimoli creativi, prima magari di scomparire dalle dinamiche del quotidiano senza lasciare rimpianti.

venerdì 6 marzo 2015

ENDKADENZ - VOL.1

ENDKADENZ - VOL.1
Verdena
- Universal Music Italia - 2015

Annunciato come prima parte di un doppio album che si completerà comunque molto presto nel corso dell'anno, ENDKADENZ - VOL.1 unisce le esigenze di una band in pieno fermento a distanza di vent'anni dalla fondazione alle strategie di marketing di una major discografica come Universal non più disposta a sobbarcarsi in tempi di magra l'onere di un doppio cd dopo i tuttavia ottimi riscontri di critica e pubblico avuti con il caleidoscopico WOW solo quattro anni fa. Ora, che i Verdena abbiano la possibilità di rilasciare il loro lavoro senza essere eccessivamente vincolati da priorità aziendali e interessi commerciali mantenendo carta bianca su tutto quanto concerne ciò che sta dietro e soprattutto viene dopo la realizzazione di un nuovo capitolo discografico è senza dubbio buona cosa; lascia il temporaneo amaro in bocca non poter apprezzare nella sua immediata complessità un nuovo lavoro che ha mosso i primi passi nella primavera del 2013, nato come unicum sonoro seppur figlio degli eventi allora contingenti, sviluppatosi armonicamente e piegato solamente al gusto del tiro bergamasco. Se ENDKADENZ si limitasse a questo solo primo volume ne potremmo parlare come di sunto musicale dal taglio tendenzialmente cantautorale, comprensivo della classica energia rock sprigionata dai fratelli Ferrari e dall'imprescindibile Sammarelli, ma il più delle volte mascherata, ammorbidita da rotondità pop piuttosto inusuali per gli standard a cui ci hanno abituato. Un pop che guarda ai Beatles e alle loro derive psichedeliche, mescolando Love e Procul Harum, Alan Parson e Phil Spector per un art rock sorprendentemente leggero e colorato (Contro La Ragione), spesso pianistico (Vivere Di Conseguenza, Puzzle) come ipotizziamo sarebbe potuto piacere a Freddie Mercury, ma ugualmente abrasivo (Inno Del Perdersi) e spaziale. Lunare e terreno insieme (Alieni Fra Di Noi). Con qualche gioco sonoro e vocale (Sci Desertico, Funeralus) che avvicina Albino a Teignmouth e ai Muse perché così è se vi pare. Sembra di assistere in differita di qualche istante a un passaggio di consegne tra la stagione dell'innocenza e quella della maturità eppure c'è sempre un filo rosso che unisce i teenager andati allora in sala di incisione con il maestro Canali per VALVONAUTA e, a conti fatti, i loro attuali alter ego giunti a doppiare una prima volta gli anni dell'esordio, giro di boa affrontato con tutta la scioltezza possibile da individui ormai metodici e responsabili nella loro improvvisazione libera. Come un abbraccio caldo che emana un tepore familiare (l'autoproduzione di Alberto Ferrari è condizione sine qua non da non inflazionare nel prossimo futuro) la prima sequenza di ENDKADENZ - detto per inciso, "la cadenza finale, l'ultimo colpo" di concerto, teorizzato e trasposto nel concreto dall'esibizione musical-teatrale Konzertstück für Pauken und Orchester del compositore argentino Mauricio Kagel - opera un lavoro di sintesi tra vecchio e nuovo, fra ieri e probabilmente domani, concentrandolo nella centrifuga del tempo che il fluido movimento granitico di Derek aziona oggi, hic et nunc. Un attacco di cuore puro, ma per la fortuna di tutti non fatale, seppur corrosivo, perennemente con il volume della malinconia in rosso. Lasciare aperta la porta al suo gemello di-verso non è una semplice necessità, ma il corretto approccio per comprendere la scomposizione di un lavoro per sua natura già articolato, in questo momento ancora incompleto perché privato proprio della metà capace di restituirne la reale portata complessiva. Un oceano di gomma ancora calmo, ma sul punto di tracimare dal lago in cui è stato temporaneamente costretto.

giovedì 5 marzo 2015

MEXI-COLA

MEXI-COLA
Sugar Ray Dogs
- Rivertale Productions - 2015

Uno scorcio di Texas sulle rive del Ticino. Questa è il panorama che si staglia ai nostri occhi e questa è la sensazione che resta dopo l'ascolto del torrido MEXI-COLA, terzo riuscito album per i funambolici Sugar Ray Dogs di ritorno alle proprie terre dopo una entusiasmante e proficua spedizione negli States. Un disco che è un notevole passo avanti rispetto ai precedenti lavori, operazione di energica trasfigurazione sonora che si attesta su ottimi livelli, fedele fotografia per chitarre del brillante stato di forma in cui la band di Ernani Natarella, Alberto Steri e Andrea Paradiso si trova ed è pronta a condividere con l'ascoltatore attraverso un tour al solito ricco e articolato che partendo dalla penisola italiana muoverà presto oltreconfine. Un progetto discografico nato quasi per gioco da una utopia tramutatasi pressoché all'istante in concreta opportunità di lavoro e, perché no?, divertente apprendistato; un sogno quello che sta dietro al making of di MEXI-COLA divenuto ben presto tangibile realtà grazie anche alla collaborazione e supervisione di Paolo Pagetti, l'uomo in più di questa avventura, factotum della Rivertale Productions - qui nelle vesti di executive producer - e mentore del trio pavese in questo lungo viaggio sulle strade di confine tra Stati Uniti e Messico. Un'alchimia dosata e sviluppata nel tempo da questo quartetto di viandanti della musica attratti irresistibilmente da suoni, profumi e umori, ma soprattutto da racconti e narrazioni, vere e proprie microstorie condensate mediamente in poco più di quattro minuti attraverso una scrittura sempre molto lineare e priva di voli pindarici, tesa non tanto ad elaborare concetti articolati, ma a fissare il vissuto e l'immaginario. Vicende in cui ci si imbatte per caso, ma anche luoghi e personaggi con cui entrare in contatto scientemente, figure portatrici di vita e di destino, ispirati accompagnatori divorati dal fuoco della loro stessa creatività. Come David Hidalgo dei Los Lobos, voce e chitarra portante nella meditazione sciamanica di Have You Ever Waited, o Rick e Mark Del Castillo protagonisti con le loro chitarre nella festa mariachi italo-americana de El Rosario Y La Navaja indetta da Alex Ruiz e affilato accompagnamento ritmico nella opacità sanguigna di Mexi-Cola, coraggioso singolo mescalero a cui partecipa anche la seducente Patricia Vonne. Sono tanti i motivi alla base della crescita artistica degli Sugar Ray Dogs, ma primera è la coinvolgente abilità di assecondare l'umore del momento raccontandosi attraverso polverose ballate (Troubles, la pulsante Die In Mexico) e numeri rock d'alta scuola, tra un sanguigno spaghetti western e digressioni tex mex in cui alla creazione di alternativi mondi possibili (la delusione amorosa di Hate The Sun) si succedono storie di vita vissuta (Don't Mess With Billy, strumentale colorato dalla tromba di Jesus Guerra), romanzate, ma realmente accadute. Intuizioni, speranze, visioni: un passato che torna a popolare di misteri e splendori il nostro odierno caos quotidiano e una etica di lavoro che trasforma la passione in omaggio senza mai oltrepassare quella pericolosa sottile linea di demarcazione che lo separa dalla copia o dal plagio. Un intenso viaggio, un po' a colori un po' in bianco e nero, di cui non si intravede ancora il capolinea, capace di raccontarsi con efficacia minuto dopo minuto, storia dopo storia, istante dopo istante. Un sogno semplice e sobrio presente a sé stesso. Another Chance. L'ennesima.

mercoledì 4 marzo 2015

A COSA STAI PENSANDO?

A COSA STAI PENSANDO?
Il Rebus
- autoproduzione - 2015
 
Come lo scrittore di romanzi spesso si appoggia alla realtà che conosce per narrare nel primo lavoro della sua carriera vicende private mascherate come pubbliche e lasciate presto libere di circolare fra estranei, così giovani band e autori alle prime armi scelgono di partire dal vissuto che conoscono per concentrare nei loro esordi il proprio punto di vista. Il quartetto comasco Il Rebus non viene meno a questa regola non scritta e dopo un primo timido approccio su ep datato 2012 entrano in contatto con l'ex Deasonika Max Zanotti che decide di prenderli sotto la propria ala protettiva anche alla luce dei promettenti live di cui la band si era resa protagonista affiancando nel tempo prestigiosi nomi del mainstream underground italiano come Le Luci della Centrale Elettrica e Edda. Il lungimirante cantante - uscito proprio in questi ultimi mesi con il nuovo progetto Della Vita Della Morte - capisce all'istante le potenzialità de Il Rebus, materia plasmabile a propria immagine e somiglianza, ma dotata di una valenza personale molto forte, seppur inevitabilmente ancora acerba, che merita di essere sviluppata affinché nulla vada perduto. Con i piedi, ma soprattutto l'attitudine giusta ben radicati in questi controversi anni '10 del XXI secolo nasce così l'occasione di dare alle stampe un debut album che è parte integrante di un mondo instabile, sistematicamente in perenne movimento sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro. Senza peccare di presunzione  A COSA STAI PENSANDO? non maschera le imperfezioni, ma neppure grida a facili entusiasmi; molto più semplicemente - e coerentemente - fotografa con le armi di un rock diversamente commerciale lo scorrere indifferente della vita, contrapponendosi alla normalità devastante di ciò che non si arresta e alle pratiche corrotte del malcostume quotidiano. Filtrando i toni medi di Renga (Avere Trent'Anni, Roma Brucia) e le derive più accessibili degli ultimi Negrita (Equità), recuperando un'apertura melodica che molto deve ai Deasonika (Gerontocomi, La Notte Urla) le undici tracce che compongono il punto di partenza per Paolo Ghirimoldi e soci lamentano necessaria attenzione da parte di chi le ascolta, senza temere la possibilità di sporcarsi le mani entrando in contatto con mondi periferici in cui violenza e sfruttamento sono all'ordine del giorno e individuando attraverso il confronto con tutte queste esistenze vessate dai poteri forti il terreno fertile per le cadute umane (la starlette televisiva protagonista di Brava Sara) e le facili mistificazioni (Quello Che Non Dico) di cui è giocoforza inevitabile parlare, maleodorante concime del grave disagio sociale di cui i potenti si nutrono senza alcuna dignità. È la credibilità con cui Il Rebus affronta tutto ciò a fare la differenza, come quando musica uno scritto di Adriano Sofri apparso su Repubblica anni addietro, ma di una attualità imbarazzante, qui spezzato in due tronconi senza soluzione di continuità con la didascalica Vuoti A Rendere, sperimentazione à-la Marta Sui Tubi incorniciata appunto da Nei Ghetti D'Italia... ...Questo Non È Un Uomo. Non c'entra il talento, né la passione nel suo grado più puro; c'entra se a un certo punto si decide per davvero che questa cosa per noi è tutto oppure no. Al confortante scorrere indifferente della vita si può rispondere lottando armati fino ai denti oppure recuperando la memoria che qualcuno vorrebbe cancellare per realizzare un mondo nuovo senza fondamenta. Luccicante, splendente, innovativo e tecnologicamente avanzato. Ma coi piedi d'argilla. È a questo punto che ci si deve schierare, partigiani del nuovo millennio.

martedì 3 marzo 2015

OH!

OH!
Linea 77
- INRI - 2015

"Oh! Ma allora sono tornati!?" "Oh! Ma non doveva uscire un altro ep?" "Oh! Ma è sicuro che Emi non ci sia più?" "Oh! Ma come suonano ora?" "Oh! Ma è proprio Alice nel Paese delle Meraviglie quella tipa riprodotta in copertina?" ...Ooh, ma quante domande?!? La genesi che ha portato alla nascita di OH! è talmente lunga e articolata che meriterebbe uno spazio a sé per approfondire divorzi, incontri, scontri, folgorazioni e ritorni. Eppure in questo nuovo capitolo discografico dei Linea 77 c'è talmente tanta carne al fuoco che ogni possibile risposta ai molti interrogativi formulabili si materializza da sé, nota dopo nota, canzone dopo canzone, fugando innanzitutto un bel po' di dubbi sulla reale consistenza del combo di Venaria dopo oltre venti anni di carriera e assestandosi, in seconda battuta, su alti livelli di coesione e credibilità come peraltro già accaduto proprio ai tempi d'oro. Sì, perché anche attraverso la natura composita dei pezzi che hanno determinato la tracklist definitiva dell'album e nonostante l'assenza di Emanuele Laudisio alla voce, peraltro già ampiamente accertata e accettata in occasione dei pezzi confluiti nell'ep LA SPERANZA È UNA TRAPPOLA, la band si dimostra agguerrita come forse mai prima d'ora; sicuramente intensa, capace una volta ancora di cavalcare senza grosse difficoltà il caos e la furia che la generarono nell'ormai lontano 1993 e pronta a recuperare il terreno perduto dopo qualche episodio di stanchezza creativa. Già lo stupore che si disegna sul volto della piccola Alice è lo stesso che abbiamo avuto modo di riscontare a più riprese sul viso degli scettici andati nel tempo ad ingrossare le fila dei vecchi appassionati e soprattutto la schiera di agnostici addetti ai lavori, spiazzati dalla bontà di un settimo lavoro in studio che dopo il controverso 10 - da cui prende agevolmente distanza - avevano dato per finita la parabola artistica dei Nostri. Uscito da un vorticoso girone purgatoriale nel mezzo del cammin di loro vita, OH! riesce nell'intento di «mutar lor canto in un "oh!" lungo e roco» tenendo inchiodato l'ascoltatore senza cali di tensione (le già note L'Involuzione Della Specie e Io Sapere Poco Leggere), pompando ossigeno ed energia (Absente Reo) come un mantice perpetuo da cui è impossibile sottrarsi. Il singolo Presentat-Arm!, la strepitosa Luce sono la prova provata di come ci si possa reinventare pur rimanendo sé stessi, cambiando negli elementi (e quindi nella forma), ma senza tradire un percorso consolidato (e quindi la sostanza) di cui andar fieri. Sapersi mettere nuovamente sui binari giusti senza dover necessariamente replicare un passato che in quanto tale non può più tornare è la spinta, la chiave di volta per dare un senso compiuto alla propria esistenza, rigettando la luccicante schiavitù di dover per forza di cose comporre una nuova hit da classifica e irrobustendo il sound (Zero) per l'ennesimo album al cardiopalma, eccitante e selvaggio. Senza precludersi alcun tipo di collaborazione: da Divide Et Impera, proposta in tandem con il rapper sardo En?gma, alla cover dei maestri Fluxus Non Esistere in compagnia di Franz Goria, passando per la voce di Sabino Pace dei Titor che traccia nuove linee espressive per il dolore lancinante di Caos, i Linea 77 crescono in consapevolezza, ritagliando per sé e i propri collaboratori il giusto spazio in un percorso lungo il quale ogni entità coinvolta ha modo di esprimersi come reale protagonista. C'eravamo tanto armati si sarebbe detto fino a qualche mese fa. Oggi no. Oggi è tempo di compiere un passo avanti, sviluppando quell'istinto primordiale che solo dopo essersi lasciati andare agli eventi è possibile davvero riscoprire in tutta la sua dignità. Senza nostalgie, ma con una innocenza nuova. Umana. Inafferrabile. 

lunedì 2 marzo 2015

A SOFTER SKIN - EP

A SOFTER SKIN - EP 
The Heart and The Void
- Sangue Disken - 2014

Delicatezza e melodia. Colori pastello e profondità per questo incantevole secondo ep che racchiude la poetica folk di Enrico Spanu e la consegna all'ascoltatore in punta di piedi. A SOFTER SKIN è un piccolo esempio di come le canzoni quando sono realizzate, ma soprattutto concepite con attenzione e spontaneità possono raggiungere e toccare corde dell'anima che credevamo recise dal lento, ma inesorabile passare del tempo. Sarà che al cuor non si comanda, sarà che per dialogare con la persona amata basterebbe davvero dare sempre libero sfogo ad una semplicità pura e innocente che porta entusiasmo e, pudicamente, ci avvicina all'altra metà del cielo, fatto sta che non ci si può sottrarre dal sottolineare la bontà con cui The Heart and The Void (questo il nome d'arte scelto da Spanu per il suo progetto artistico coordinato oggi da quel Federico Bortoletto visto recentemente al fianco del credibilissimo Orfeo) ripresenta e ripropone soluzioni sonore che, piace pensare, si perdono nella notte dei tempi, ma che mantengono inalterato il proprio fascino e la loro valenza terapeutica. Se con le composizioni del precedente ep LIKE A DANCER veniva circoscritta una presa di coscienza netta sull'essenza dell'individuo, essere unico e irripetibile lungo tutto il suo percorso dalla nascita alla morte, e sull'esigenza di una propria appartenenza a radici comuni non sempre manifeste, A SOFTER SKIN abbandona i lati più meditativi delle questioni di cui sopra e approccia una più pacata consapevolezza binaria che investe ogni singolo essere umano. L'amore ne è la tematica dominante, declinata secondo punti di vista che non hanno la pretesa di esaurire il suo sfaccettato carattere, ma che sono capaci di mettere in luce aspetti taciuti quando scomodi oppure nascosti sotto una linea d'ombra per troppa timidezza. Un amore in grado di spaziare su più fronti: dai ricordi di un affetto passato eppure sempre vivo (Girl From The City By The Sea) al sentimento filiale di Love Her Like The Morning passando per quell'utopico ritorno di fiamma - cantato e armonizzato con Giulia Biggio in This Thunder - che sappiamo rimarrà tale. Un amore degno di essere vissuto anche agli opposti, sia quando consolatorio (A Softer Skin) sia quando passionale e irrisolto (The Same Mistake). "Meglio essere in due che in uno solo perché due hanno un miglior compenso nella fatica. Se infatti vengono a cadere, l'uno rialza l'altro." Lo si legge in Qoelet, ma è un concetto che possiamo ritrovare inconsciamente nelle note e negli arpeggi con cui Spanu riveste pensieri e parole di brani essenzialmente amari, ma urgenti, che scorrono fluidi anche quando la chitarra, un po' a sorpresa dopo tanto peregrinare acustico, si elettrifica per quell'amore indirizzato verso una persona che non si potrà mai avere (Down To The Ground) con il nostro pensiero che corre rapido al Billie Joe Armstrong di Good Riddance (Time Of Your Life) in una sorta di "prequel emotivo" all'esortazione di buona vita formulata dal frontman californiano. Sei forme d'amore che riverberano forti nella loro semplicità, in questa società del terzo millennio sempre meno collaborativa quando si tratta di tessere trame relazionali al di fuori dell'ambiente lavorativo.

martedì 24 febbraio 2015

ROCKNADO

ROCKNADO
Un Giorno di Ordinaria Follia
- autoproduzione - 2015

Minacciosi fin dall'immagine di copertina i padovani Un Giorno di Ordinaria Follia entrano a gamba tesa nell'universo musicale italiano proponendo un roboante mix di rock duro che fissa le proprie radici nell'humus grezzo e distorto di cui si sono alimentate formazioni storiche d'oltreoceano come Kyuss, Foo Fighters, Down e Monster Magnet, ma che non ha lasciato indifferenti a suo tempo gli Stone Temple Pilots di Scott Weiland e i Corrosion of Conformity targati Pepper Keenan, riuscendo ad attecchire perfino nella penisola scandinava grazie a Spiritual Beggars ed Hellacopters, tutti, a loro volta, indistintamente debitori nei confronti dei seminali MC5, precursori di quel Detroit sound a cavallo tra 60's e 70's che seppe produrre un evergreen come KICK OUT THE JAMS. Scafati, brutti, sporchi e cattivi, i "cugini" Fumara non si perdono in troppe sottigliezze e per mettersi alla pari degli illustri colleghi di cui sopra decidono fin dalle prime esplosive note dell'aggressiva Polar di affrontare l'ascoltatore di petto, chiudendolo da subito in un angolo con il chiaro intento di fiaccarlo ai lati e tramortirlo, macinando riff muscolari e mulinando nell'aria vigorosi fraseggi punk prima di assestare il colpo del KO scaricato in soli ventidue minuti di chitarre stoner e groove esplosivo. Compatti ed efficaci. Del resto la risolutezza con cui tutto ROCKNADO - secondo lavoro ufficiale dopo l'esordio datato 2011 - viene presentato anche in concerto lascia intendere una coerente componente artistica della band a 360 gradi, bilanciando gli aspetti più prettamente musicali con quelli derivati e presi in prestito da un immaginario cinematografico che nella pellicola di Joel Schumacher Un giorno di ordinaria follia appunto trova il suo più che convincente vertice. Così agli UGdOF tocca il compito di mettersi nelle condizioni migliori per riscrivere una colonna sonora di un cortometraggio metropolitano incattivita, rabbiosa e allucinata, che abbatta confini prestabiliti e facili pregiudizi, incalzante accompagnamento per una nuova Arancia Meccanica in salsa patavina per la quale alla regia è stato scritturato un inatteso Tarantino nostrano, tutto intento a tirare le fila di una trama anabolizzata da nuovi impulsi e irrobustita con un sound citazionista quanto si vuole, ma ben riuscito e coinvolgente. Quasi fosse un nuovo capitolo di una saga in cui esasperazione e dramma sono esposti secondo una caratterizzazione maggiormente accentuata e a tratti distruttiva, i cinque musicisti senza giacca, ma ancora in cravatta si muovono scorretti e allucinati in una ostinata ribellione al sistema, controversa lotta di classe dalla quale emanciparsi con ogni mezzo, pedine loro malgrado di un ingranaggio lento e inarrestabile, destinato a travolgere ogni cosa. Una estenuante prova di forza costruita su coordinate artistiche sedimentate nella memoria, ma sistematicamente rinnovate dalle problematicità del quotidiano, credibile ed inesausta fonte di soprusi al calor bianco. Del resto, che la realtà spesso superi la fantasia ne siamo purtroppo un poco testimoni tutti; e proprio in questi casi anche "se vai a cercar fortuna in America ti accorgi che l'America sta qua".  

lunedì 23 febbraio 2015

BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA

BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA
Paolo Saporiti
- Orange home Records - 2015

Paolo Saporiti è un pazzo. Un pazzo furioso, lucido intellettuale e fine osservatore del mondo. Canta l'isolamento, la tensione, i tormenti. Nella loro fase più acuta essi diventano epidemia. Siamo tutti a conoscenza dei rischi che ci circondano eppure solo lui sembra farsene carico. Non per arginarla, ma per permettere che essa si diffonda salvifica. Non un assistente paramedico dunque, ma un assistente. Punto. Non un dottore, ma un paziente in costante cura e ricerca, portatore sano di una verità che non ha vincoli e men che meno regole. Un testimone scomodo a sé stesso, condannato alla perenne difesa di un frammento di mondo che guida il proprio destino sempre troppo rognoso per essere semplice transazione verso altro. Un ladro di sensazioni, ma anche megafono umano per radicalizzazioni emotive rubate durante il giorno e impossibili da smaltire prima di coricarsi a letto. Volevate conoscere un motivo credibile, sincero e concreto per cui comporre e realizzare canzoni? Beh, eccovelo. Amante dei paradossi e delle sfide, Saporiti nel doppio ep BISOGNAVA DIRLO A TUO PADRE CHE A FARE UN FIGLIO CON UNO SCHIZOFRENICO AVREMMO CREATO TUTTA QUESTA SOFFERENZA lascia emergere prepotentemente tutta l'irrequietezza per una condizione genetica sempre aperta al conflitto, che qui si prodiga nonostante l'apparente valenza di segno opposto in una accorata difesa della famiglia - la propria - realizzata per lo più in controtendenza, come invettiva e rabbioso attacco frontale che non teme conseguenze anche se sferrato contro un archetipo di vita a tratti sacro, memore di come pure la bestemmia sia in realtà lode a Dio. E allora giù a frantumare il cuore e a spaccare gli atomi dell'anima, a sbilanciare di emotività un vivere altrimenti quotidianamente atrofizzato nella consuetudine, per scardinare tutte le convenzioni e i conformismi che hanno fagocitato in elucubrazioni sociologiche quel bisogno di appartenenza rassicurante che proprio la nostra prima forma di socialità concede. Sei sono i segreti d'ufficio che, attraverso il lavoro di condivisione concettual-sonora operato nei due capitoli rispettivamente da Raffaele Abbate e Xabier Iriondo, diventano combustione per una poetica talmente esplicita da risultare ossessivamente pericolosa e urticante. La tensione catturata dall'esploratore sonoro italo-basco che osa in Io Non Resisto consegna all'ascoltatore brandelli di vita reale mai mercificati, esposti nella loro drammatica concretezza e oscenità, solo in parte mitigata dagli arrangiamenti meno arditi, ma non certo confidenziali, di Abbate nel suo doppio speculare, ricollocando in un naturale alveo di sperimentazione l'iniziale dispersione melodica. Frammentazioni, frastagliature, squarci per le quali Figlio Di Madre Incompleta filtra umori e sfuma inquietudini, lucida pianificazione all'infezione, rallentata sull'orizzonte degli eventi fino a ridursi ad una immobilità attiva. La filastrocca A Modo Mio, abbandonata a sé stessa, è ripetutamente nenia ossessiva e instabile, esempio concreto del caos dei pensieri che si affastellano nella mente e spossante confidenza a cuore aperto dall'impatto emotivo lancinante. La voce segue solo ciò che l’orecchio può effettivamente sentire. In Costante Naufragio prima carezza e culla; poi tra cornamuse, liquidità di elettronica analogica e percussiva melodia selvaggia conficca una lama affilata nel bisogno primario di amore, a trafiggere ogni possibilità di sogno, consapevolezza nuova di perdita dell'innocenza. Hotel Supramonte evoca bombardamenti interiori che esplodono nel silenzio di una crocifissione laica senza aneliti salvifici, furto artistico dal sapore agrodolce; Per L'Amore Di Una Madre ne cancella ogni proposito bellicoso. Anticamera della nostra stessa età adulta la nuova opus di Saporiti è urgenza allo stato puro, vitale esplosione di claustrofobia che la gabbia toracica non può contenere, consolidamento di una statura artistica per l'unico vero cantautore italiano capace di competere fuori dai ristretti confini di casa nostra. Una bomba ad orologeria esplosa in un silenzio assordante.

martedì 17 febbraio 2015

PROTESTANTESIMA

PROTESTANTESIMA
Umberto Maria Giardini
- La Tempesta Dischi - 2015

In occasione di uno dei suoi ultimi appuntamenti live, tenutosi nei pressi dell'idroscalo di Milano per festeggiare l'etichetta Woodworm in compagnia di entusiasti colleghi, qualcosa era trapelato: cambio di backing band praticamente deciso e lavori in corso per il nuovo disco già calendarizzati. Era il marzo del 2014. A quasi un anno esatto da allora ecco comparire all'orizzonte PROTESTANTESIMA, terzo lavoro per Umberto Maria Giardini dopo gli antichi fasti rilasciati sotto il monicker Moltheni e l'interessante parentesi strumentale dei Pineda forse esauritasi precocemente. La certezza di non ritrovare più due elementi di spessore come Giovanni Parmeggiani e Cristian Franchi, decisivi per un certo tipo di approccio musicale quadrato e fantasioso insieme, fa avvicinare al nuovo album con curiosità mista a un briciolo di scetticismo. Siamo rinfrancati certo dalla presenza del riconfermato e ormai storico collaboratore Marco Marzo "Maracas" - unico membro degli Accordi dei Contrari rimasto - così come la sorpresa di trovare Giulio Martinelli dietro le pelli, dopo il roboante apprendistato con Matteo Toni, rende meno amara la pillola di un cambio di organico comunque notevole che, coinvolgendo l'altra new entry Michele Zanni al basso e alle tastiere registrerà una naturale modifica nelle coordinate del sound. E forse proprio la duttilità, la disponibilità con cui la nuova formazione si è messa al lavoro alla ricerca di quell'amalgama che sa essere indispensabile soprattutto in sede live, e che oggi non è ancora così spontanea come in passato, è uno dei punti chiave del nuovo cd. Sia chiaro, qui non si è andati alla ricerca di nuove forme di coscienza, non si è voluto attualizzare il lato più spettacolare del rock, non si è trattato di combattere un'epica battaglia con il proprio passato né di rilanciare con un azzardo al futuro. Semplicemente, Giardini richiede a sé stesso carta bianca per dare voce a una lucida analisi in musica dello stato delle cose, supportata come di consuetudine da una poetica evocativa in cui viene abbattuta la strategia della tensione, ma attraverso la quale non si nega mai un senso di insoddisfazione che è invettiva - mediata dalla ragione - contro le barbarie, fotografia netta dell'odierna decadenza sociale e, di riflesso, suo comprensibile e condivisibile disprezzo (Il Vaso Di Pandora). Tornano così le ballate ad ampio respiro di cui è sempre stato grande interprete e autore e si ammorbidiscono certe asperità elettriche, riportando le lancette dell'orologio indietro nel tempo quasi fossimo in presenza di una inconsapevole via di mezzo tra I SEGRETI DEL CORALLO e LA DIETA DELL'IMPERATRICE. Magistrale una volta ancora il lavoro in sala macchine di Antonio Cooper Cupertino, elemento aggiunto al suono che Giardini da anni cerca e affina, lavoratore capace e pragmatico, in grado di trovare il bello con quello che ha a disposizione, grazie a una dedizione e a una conoscenza della materia invidiabili. Così, il flauto dell'orchestrale Silvia Catasta non è semplice colore in C'è Chi Ottiene E Chi Pretende, ma parte integrante di una trasposizione musicale che è idea fattasi materia su testo criptico, fuori dal tempo; allo stesso modo, la fascinazione retrò di Molteplici E Riflessi e le alternanze tra vuoto e pieno (linfa vitale per le dilatate atmosfere di Sibilla) diventano miele corroborante per la suggestiva Pregando Gli Alberi In Un Ottobre Da Non Dimenticare, dalla progressione umorale notturna e psichedelica. Anacoreta delle sette note, capace di precisare zone inesplorate di maturità cantautoriale, Umberto Giardini, azzerato ogni tipo di esasperazione, si conferma a quasi vent'anni dall'esordio portatore sano di una persuasiva visionarietà che, seppur da lontano, guarda con rispetto alle grandi stagioni del rock, veicolando una inesausta ricerca del Bello in grado di scardinare le regole tra pubblico e privato. Un rifugio di raffinata resistenza artistica a cui non sappiamo rinunciare. "E camminiamo via..."

giovedì 12 febbraio 2015

CADORI

CADORI
Cadori
- autoproduzione - 2014

Si respira una goccia di infinito nelle architetture pensili su cui poggiano le canzoni contenute in CADORI. Si ascolta l'eco di un tempo lontano sospeso tra passato indefinito e il libero flusso di coscienza che agita e permea la natura misteriosa dei sogni. È un cuore di ovatta, morbido, ma sintetico, delicato, libero da logiche commerciali o forzate forzature. Sono le costellazioni di Vasco Brondi messe a fuoco ad occhio nudo. Senza le propulsioni di Federico Dragogna e gli arzigogoli strumentali di session man validissimi, ma accessori, Cadori, al secolo Giacomo Giunchedi, dà infatti alle stampe il suo esordio solista, parallelo al percorso indietronico con i Torakiki e sequenziale a quello intrapreso nei panni di Ian Vincent, realizzando un fascinoso quadro musicato in cui chimica e analogica si confondono materialmente fino a fondersi in un magma senza dubbio fluido, ma parimenti destinato a resistere nel tempo. Basta davvero poco perché solidifichi. Una intuizione, un presagio, un traguardo, perfino una difficoltà: tutto ciò che possa portare ad uno stato di grazia interiore, solo in un secondo tempo esplicitato con suoni e parole. Così, molto semplicemente, alla luce della luna. Nella notte è il racconto di intere giornate, il salvataggio delle proprie idee, l'allerta affinché non vadano disperse nella confusione del giorno. Una decompressione densa, satura di emozioni, in un'atmosfera priva di veri sussulti, ma intrisa di corrispondenze e reciprocità. Un viaggio anedottico attraverso cui ci guidano perfino i titoli delle canzoni, capaci di esprimere nella loro (voluta?) concisione sensazioni e stati d'animo proposti come singoli fotogrammi di un più ampio percorso visivo e immaginifico. Un addestramento sentimentale che ha in sé la propria chiave di lettura, in grado di salvare dalla violenza delle superstizioni e dalle discriminazioni. È il lavoro dignitoso, ma mai troppo riconosciuto dalla società, di chi preferisce o è costretto a preferire l'incerto alla sicurezza della pianificazione, delle cose date una volta per tutte, specializzandosi direttamente sul campo e non in un asettico laboratorio tirocinante. È il metodo alternativo al sentire  comune che incontra ugualmente urgenze ed esigenze riuscendo nelle sue forme più alte a educare prima al pensiero poi all'atto pratico; un punto di vista sempre più rivoluzionario negli anni di frenesia che ci circondano e di cui siamo parte integrante. Del resto, gli aiuti diversamente proposti non sono poi così adeguatamente commisurati alle necessità attuali ragion per cui i passi più importanti per non venir travolti dall'impetuosità degli eventi è preferibile siano compiuti non nel più breve lasso di tempo possibile, ma dopo una più ampia e ponderata riflessione, necessitando di quella sedimentazione che proprio Giunchedi fissa oggi su disco. Con l'intenzione di non smettere e, qualora possibile, di scuotere le fondamenta di un isolamento indotto, dove l'emarginazione è la regola di vita e il disinteresse un vanto di cui fare sfoggio. Una iniziativa privata per un miglioramento pubblico. E cantava le canzoni...

martedì 10 febbraio 2015

PENSIERI VERTICALI

PENSIERI VERTICALI
Stefano Barotti
- Orange Home Records - 2015

Quando, nel tempo, la pianta è stata coltivata con cura  e soprattutto ha messo radici profonde in un terreno fertile i frutti non tardano certo ad arrivare. Così è pure la creatività, disciplina da alimentare e praticare giornalmente come qualsiasi altra scienza o consuetudine. Con l'atteso PENSIERI VERTICALI Stefano Barotti si conferma ottimo cantastorie della nostra età, abile sarto abituato a confezionare su misura non soltanto abiti da cerimonia, ma anche piccoli e dettagliati ricami altrimenti poco visibili. Che ciò avvenga mediante una scrittura immediata, di getto, oppure attraverso una costruzione architettonicamente più meditata e costruita poco importa: la facilità con cui il musicista massese mette in fila le sue nuove canzoni è segno di una sopraggiunta maturità, non soltanto artistica, che va definendosi con sempre più brillante equilibrio tra rime e accordi. Mai sopra le righe, misurato nell'esposizione, eppure graffiante e poetico insieme, Barotti è il nostro fido consigliere in grado di suggerire musica vergine e condividere istanti di vita che altri non sono ancora in grado di cogliere come già maturi e universali. A quasi una decade di distanza dal precedente GLI OSPITI, prodotto in collaborazione con il mentore Jono Manson sull'asse Sarzana-New Mexico, poteva essere facile perdersi nella lavorazione di un nuovo album; la presenza in cabina di regia di un sempre più decisivo Raffaele Abbate ha invece compattato le idee sedimentate nel corso di questi anni incrementandone il lato emozionale, ma al tempo stesso prediligendo una eterogeneità di fondo che la voce particolare di Barotti tiene saldamente unita. Tra Francesco De Gregori e Ettore Giuradei, l'affabulatore di confine apuano si muove a proprio agio tra uomini armadillo e arcobaleni rubati, soffermandosi su storie straordinarie nella loro ordinarietà (l'indeterminato romanticismo della didascalica La Ragazza e l'invitante Blues Del Cuoco; il nitido percorso umano del cacciatore di nuvole Cuore Danzante e l'omaggio a lui dedicato della strumentale Sulla Pietra Del Pane Sfidando Il Drago Con La Spada Di San Giorgio con assolo di chitarra resofonica firmato Max De Bernardi), diario minimo sullo scorrere del tempo, realizzato con cura e attenzione e indirizzato verso tutti coloro i quali hanno saputo cogliere l'infinito negli scritti di Fogazzaro e Gozzano. Anche quando l'occhio e le parole fissano nella memoria prima, sulla carta poi momenti di crepuscolare spontaneità siamo al cospetto di metafore di quotidiana comprensione, ingentilite da uno stile essenziale, a tratti favolistico, con il piglio da consumato folk-singer (la brillante Vorrei Essere, l'ironia di Giudizio Non Ho). L'essersi circondato da un nugolo ben definito di strumentisti è altra felice scelta artistica; così, mentre Vladimiro Carboni alle pelli e l'alternanza Giannetti-Silvestri al basso si occupano sistematicamente delle fondamenta ritmiche, sono gli archi di Luca D'Alberto a suggerire un retrogusto di anoressico blues all'eccellente Povero È L'Amore e spetta ai fiati di Vittorio Alinari regalare brividi nel raffinato cantare l'altra metà del cielo contenuto in Rose Di Ottobre. Spessore e qualità anche nelle reminiscenze bennatiane di Nerone, con intrecci chitarristici armonizzati che conducono diretti a Ogni Cento Parole. Un ultimo saluto all'ascoltatore è affidato alla conclusiva Girasole, soliloquio intriso di malinconia, con l'amarezza consapevole e disillusa per una esistenza mobile, dinamica, complicatamente multiforme che richiederebbe una seconda vita per non fallire più. Opinioni, sensazioni, appunti: pensieri verticali, musica d'autore fra tradizione e introspezione, tra il sogno americano e il risveglio mediterraneo, libero spazio aperto per chi vuole innamorarsi, funambolo chagalliano perennemente in volo, fra parole e riflessioni.

lunedì 9 febbraio 2015

RIVOLUZIONE & SENSI

RIVOLUZIONE & SENSI
Rigo
- MRM Records - 2015

Che il sodalizio artistico tra Antonio Righetti e Sara Del Popolo non si fosse esaurito con il riuscito ANGELI E DEMONI era una certezza assodata già da tempo, una necessità narrativo-musicale rinnovata e consolidata oggi a distanza di soli tre anni dai primi timidi passi mossi con l'ep SOLO che di questo connubio costituisce i prodromi. A riprova della sinergia sviluppata dall'insolito duo ci sono infatti dieci nuove canzoni in lingua italiana, sviluppate una volta ancora a partire dalle suggestioni testuali che la scrittrice campana ha voluto inviare al bassista emiliano e da quest'ultimo musicate con il gemello di ritmo Roby Pellati presso gli studi aretini The Garage grazie alla collaborazione tecnica dell'altrettanto fidato Fabrizio Simoncioni. Ma RIVOLUZIONE & SENSI non è la pedissequa part II del cd che lo precede. A partire dalla convocazione del virtuoso Frank Ricci alla sei corde, il nuovo lavoro targato Rigo si muove su coordinate cantautorali che guardano però all'Inghilterra, agli anni '80 camaleontici e ricchi di spunti sonori, in una continua sfida alle regole tra nevrosi pop e cinismo new wave, complice forse anche l'abortito progetto TRUTH & LIES; con un tocco di elettronica (La Tigre Reale) che non ti aspetti (Nudo E Vero) sparsa qua e là, non tanto per irrobustire il groove, mai venuto meno in casa Righetti, ma per offrire appunto qualcosa di nuovo ad ogni nuova uscita. Sì, perché Rigo è veramente un musicista indaffarato a "fare la sua cosa", a inseguire i suoi "sogni di rock'n'roll", ma anche un artigiano di talento che rischia sempre in prima persona mettendoci la faccia e l'anima. Sembra un paradosso, ma dopo la separazione da Ligabue (con relativo picco di visibilità che l'ha fatto conoscere anche al grande pubblico) il bassista modenese si è letteralmente fatto in quattro. Accanto alla produzione solistica, eccolo accompagnare Danilo Sacco nelle sue scorribande post Nomadi; eccolo calcare i palchi con i Lowlands di Edward Abbiati, eccolo addirittura trovare il tempo per ricostituire gli storici Rocking Chairs da cui nacque tutto e, riordinate le idee, esibirsi con tutti coloro i quali bruciano ancora di musica e hanno l'impellente necessità  personale di attaccare un amplificatore per scaricare watt e passione in un never-ending tour il cui canzoniere questo cd va rimpolpando. Probabilmente non il migliore di una discografia sempre più nutrita, ma una volta ancora verace, sincero e giovane, come un buon bicchiere di lambrusco (chiedete della Lambrusco edition e vi sarà dato anche quello). Frizzante e funky (Woman), amabile, ma corposo (Io Non Resisto), anche quando la musica sembra faticare per trovare le giuste misure ad un periodare sempre ampio e poco disidratato (Delle Tue Mani), il nuovo lavoro di Rigo è attraversato da un filo rosso che scioglie nodi e reclama attenzione, stimolo continuo, sintomo di una malattia pulsante da cui è bello non guarire mai. Raccolta sequenziale di riflessioni e polaroid sonore, RIVOLUZIONE & SENSI è l'album di passaggio che approda a nuovi lidi, senza pressioni esterne, ma sempre al servizio di una incrollabile fede nei propri mezzi, con una versatilità in cui l'alternanza fra speranze e delusioni lascia testimonianza di sé superando ostacoli e pericolose assuefazioni. L'ennesima zampata di un vecchio leone della musica mai domo.

venerdì 6 febbraio 2015

LA PRIMA VOLTA

LA PRIMA VOLTA
Filippo Andreani
- autoproduzione - 2015

È un disco di passioni forti e di racconti sinceri questo atteso LA PRIMA VOLTA, ma è anche una carrellata di volti, di nomi, di esistenze e un crocevia di sinergie tra il suo autore Filippo Andreani e la storica band combat rock dei Linea, a loro volta affiancati da una manciata di ospiti prestigiosi che mettono la faccia e il cuore, uniti per una giusta causa: il recupero della memoria. Una memoria sociale, collettiva, di sostanza, che sappia guardare al passato non come malinconico ripiegamento su sé stessi e chiusura al mondo, ma come inesausta fonte di conoscenza, pozzo profondissimo di sapere da cui attingere a piene mani per ricordare come eravamo una volta e capire cosa siamo diventati oggi. Un libro aperto, a tutto campo, spalancato su pagine di vita privata alternate a momenti più leggeri, ma ugualmente sospesi tra una spiritualità laica e una fratellanza materica ben radicata. Che si parli di calcio o di Resistenza poco importa: non è il cosa, ma il come a fare la differenza. Stefano Borgonovo, Gigi Meroni, Adelmo Cervi, Gianni Brera, Angelo Tagliabue sono solo alcuni fra i protagonisti individuati da Andreani per raggiungere uno stato di consapevolezza che fughi ogni ostilità e si cimenti in una riappropriazione concreta della propria identità; qui tutto segue un filo rosso e il cantautore comasco decide addirittura di avvolgerlo attorno a sé, per non perderne il tracciato, ma soprattutto per testimoniarne con semplicità l'importanza. Anche il mezzo è secondario rispetto al fine. Rock (Veloce), reminiscenze punk, impianti combat folk (Che Ti Sia Lieve La Terra), ritmi in levare (Lettera Da Litaliano), nulla è più costante delle mutazioni; nel suo piccolo, un "collage sandinista", in grado se necessario di aprire a suoni più prettamente cantautorali (Tito, 20 Gennaio 2014) o di virare su terreni impervi e pietrosi (Il Prossimo Disco Dei Clash) quando la vita lo richiede. Ma se vi venisse domandato di indicare il vertice del cd una sola sarà la scelta possibile: Gigi Meroni non è soltanto uno splendido omaggio alla Farfalla Granata scritta e musicata a quattro con il geniale Luca Ghielmetti, ma la scoperta di quell'uomo che vorremmo essere un po' tutti e che in noi alberga, con l'entusiasmo del bambino, la consapevolezza dell'adulto, l'estrosità dell'artista, in grado di liberare l'adrenalina e scatenare l'entusiasmo prima di sfumare rapidamente nel mito. Una canzone di amore e morte, senza tempo e senza età, degna di ritagliarsi uno spazio nel pantheon della Musica per manifesta superiorità, in grado di offrire emozioni uniche per le quali la Sorte diventa solo una delle infinite variabili che si parano di fronte all'esistenza umana e che apre paradossalmente a nuove possibilità una volta affrontata. La summa di un album nato come esigenza personale, ma che in breve tempo ha saputo raggiungere e toccare corde segrete di più persone, esperienza comunitaria che chiede semplicemente di essere suonata davanti a quel pubblico popolare testimone di un cambiamento sociale, simbolico e radicale, sempre attuale. Come un pugno chiuso. Intento a reggere, custodire, proteggere. 

giovedì 5 febbraio 2015

YERSINIA

YERSINIA
Cum Moenia
- Sinusite Records - 2015

Avevano dimostrato di saper dosare note e suoni tanto in sede live quanto nelle prime prove in studio cosicché l'attesa per il loro debutto su lunga distanza si era rivelato d'improvviso necessaria e inderogabilmente urgente. Dopo una attenta verifica delle potenzialità espresse sull'ep DAL NUMERO ALLA FORMA i palermitani Cum Moenia approdano ora al ben più corposo e articolato YERSINIA grazie alla fattiva collaborazione con la Sinusite Records di Duilio Scalici, immergendosi in paesaggi sonori foschi che si sviluppano e si diffondono a macchia d'olio come un virus, come un germe infetto, come il batterio della peste di cui Yersinia non è altro che il nome scientifico. Si respira l'odore della morte mentre il suo ineluttabile senso di vertigine appare sempre più chiaro e luminoso nell'oscurità di particelle e molecole stabilmente produttive malattia e infezioni. Si rischia di cadere, ubriachi di decadimento fisico e morale, nel baratro dell'oblio perenne mentre il terreno sotto di noi mano a mano scompare dissolvendosi davanti ai nostri occhi. La redenzione pare lontana, come un capriccio, uno scherzo di natura immaginato dall'uomo, ma non donato da Dio. Quasi fosse una sinestesia in musica il percorso che si estende dalla title track alla conclusiva 28 Days Letter, cover strumentale di John Murphy, vive di chiaroscuri sfumati, in cui l'ossessione di notti insonni e le tensioni accumulate durante i giorni, algide come plastiche mutazioni genetiche, convogliano nella paura che circola insistente nell'aria. Un suono etereo, lontano parente dell'ambient music comunque meno spinta (Lungi Da Me), ma ben radicato nella new wave elettronica e minimale (Felix) e nel post rock (The Silence Of Mrs. Rogiak), processato in fase di sintesi da aperture acustiche (Miles) e distorsioni controllate (The Tour Of Damascous) come si trattasse di un film sceneggiato da Oliver Stone e diretto da Martin Gore. Massiccio, ma fluido, delicato eppure penetrante YERSINIA fa in modo tale che i Cum Moenia si muovano tra gli opposti per bilanciare un suono evocativo e curato, in grado di fornire diversi piani di lettura a un mancato concept album partito dalla propria immaginazione - fraintendibile quando non ignota - e proprio per tale motivo fonte di continue e inesauribili interpretazioni. Una tavolozza di colori freddi, ordinatamente al servizio dell'ascoltatore il quale, arrugginito nella sua quotidianità, ha l'occasione di riscoprire un disorientante incubo ad occhi aperti, ritmicamente temperato e densamente onnivoro. Non esiste più posto di lavoro o attività associativa capace di isolare il virus dell'anaffettività: ritmi frenetici e convulsi si susseguono senza requie ogni giorno adattandosi ai nostri mutamenti sociali e privati, combattuti tra un desiderio di alienazione sempre maggiore e la solitudine intesa come valore dominante. La rassegnazione sembra essere dietro l'angolo mentre l'epidemia ci divora e la necrosi fa di noi il suo vettore più letale. I Cum Moenia ci accompagnano in questo lungo viaggio.               

mercoledì 4 febbraio 2015

HUMAN MACHINE

HUMAN MACHINE
NODe
-  MyPlace Records - 2014

La macchina umana a cui i Not Ordinary Dead hanno deciso di rivolgere la propria attenzione per ordire le trame del loro nuovo album non è il prototipo del superuomo di nietzschiana fama né un semplice umanoide tutto ferro ed ingranaggi destinato ad una lenta e futura rottamazione. Il concepimento di questo ibrido musicale che nota dopo nota si manifesta apertamente in tutta la sua umana corruttibilità nasce in realtà da un periodo assai tormentato e complesso di Johnny Lubvic, membro fondatore insieme all'altrettanto imprescindibile Kamoto San di quello che a suo tempo fu il nucleo originario della band. Il profondo disagio interiore maturato dal vocalist campano si consuma febbrile nella rapida sequenza di brani che governano i rapporti tra ansie e speranza, dolori e gioie, perdita e luce; un percorso autobiografico esorcizzato da liriche e musiche, ma al tempo stesso fissato, cristallizzato, eternato da quella stessa alchimia sonora che sta alla loro base. È un circolo vizioso da cui risulta difficile affrancarsi camminando sulla strada aspra e dura tracciata in modo netto tra le pieghe di HUMAN MACHINE. Poco più di un anno è passato dal precedente TRAGIC TECHNOLOGY INC., buona fusione di ritmi al fulmicotone processati elettronicamente mescolando suoni new wave e dark all'electro-rock, che seppur restando sempre in un ambito di nicchia, aveva fatto circolare il nome dei NODe presso un pubblico più vasto, ma sembra trascorsa una eternità. Via le facili concessioni a tentazioni dance; lontani gli ammiccamenti più smaccatamente sintetico-commerciali. Cresce viceversa la maturità di un combo che, sotto una patina brillante si rivela sempre più oscuro e cupo nelle intenzioni e nei testi (Dark Shadows (I Feed The Wolves)), tecnicamente preparato e giustamente ambizioso, una volta ancora alla ricerca della famosa quadratura del cerchio prima del grande passo. Si arricchisce non tanto la tavolozza dei colori, ma certamente quella della gradazione di tonalità (A God For Humans), decisiva per descrivere anche visivamente il nuovo corso e completarne l'immaginario evocato. Piace ad esempio la riuscita collaborazione con voci femminili che stemperano l'atmosfera (The Shift) e intelligente risulta la volontà di equilibrare la pesantezza degli argomenti trattati con un suono all'apparenza spensierato, capace di macinare chilometri e rendere istintivamente fruibile gli episodi liricamente più neri come il singolo apripista Soulsucker. La mente corre ai Chemical Brothers, ma anche al David Bowie sperimentale di metà anni '90 a confronto con il Gabriel ostico di inizio millennio. Ma i rimandi a Massive Attack e Subsonica deviano subito l'attenzione su terreni di ampia fruizione, indice di una dimensione internazionale che i Not Ordinary Dead certamente possiedono, ma che rivendica al contempo tutti i crismi del proprio Paese natale. È l'introspezione iniettata scientemente nel suono che accelera la dignità di un progetto già pronto a cambiare nuovamente pelle al prossimo giro di ruota. Una competizione che è scelta continua, crossover globale tra abilità e resistenza, senza troppi arzigogoli o ripensamenti. Perché accontentarsi è un'arte e la sua via porta alla felicità. Best Is Coming Next.